
Quando esce un nuovo libro di Martina, io so già che voglio leggerlo e che proverò emozioni molto forti. E così è stato, anche questa volta. Ho la fortuna di aver creato un bel rapporto con lei, una reciproca stima, e non esagero nel dire che lei è una di quelle bellissime persone che mi spingono ad andare avanti con la mia pagina instagram, anche quando a volte vorrei fermarmi. Martina Tozzi ha il dono della scrittura ed io spero di arricchire la mia libreria con tanti altri suoi libri, perché è una penna contemporanea che merita tutta l'attenzione possibile.
Quando mi ha chiesto se volessi leggere il suo nuovo libro, un sentito e commovente omaggio alla vita di Virginia Woolf, non ho potuto dire di no. In questo caso non sono una vera esperta della penna di questa grande autrice inglese, ma come sempre dopo aver letto questa biografia romanzata mi è venuta una gran voglia di recuperare altri suoi libri, di approfondire il più possibile il suo estro creativo.
Devo dire che Marzo l'ho vissuto: tra natura, arte, libri e... sorprendendo anche me stessa, tanti film e serie tv. Sono quella che passa da non guardare neanche un film per mesi, a recuperarne tantissimi in un solo mese! Quindi basta chiacchiere che c'è molto da scrivere!
Ci ho messo del tempo a leggere questo libro. Ne sto impiegando altro per scriverne. Non solo perché è un bel saggio di più di 700 pagine, ma proprio per la densità degli argomenti trattati. Mi chiedo spesso: come potrei scriverne? Come potrei riassumere cinquecento anni di storia nativa in un articolo per un blog? Difficile, sicuramente. Ma è uno di quei testi di fondamentale importanza, a mio avviso, per guardare il mondo con occhi diversi, più veri, più giusti.
Sappiamo tutti cosa ha comportato la scoperta dell'America, eppure quel viaggio di Cristoforo Colombo è ancora visto quasi come qualcosa di bello, forse. Una scoperta di incredibile valore. Mentre scrivo risuona nelle mie orecchie la sigla di un cartone animato a lui dedicato che guardavo da bambina, e mi accorgo di quanto la narrazione sia sempre stata di parte, escludendo i popoli nativi di quella terra, relegandoli ai margini, o facendone un'immagine ambigua. Da un lato esseri invisibili o passivi, dall'altro selvaggi spietati contro i bravi bianchi esportatori di civiltà. Ma la realtà, come sempre, è molto più complessa.
Leggere libri come questo apre veramente la strada a un processo non facile di certo, ma che tutti dovremmo iniziare a fare per vivere in un mondo migliore: decolonizzare lo sguardo, smettere di guardare il passato e il presente con un'unica lente che ci è stata data, andare in profondità.
Ne La riscoperta dell'America Ned Blackhawk cerca di riorientare il percorso storico degli Stati Uniti includendo finalmente i veri custodi di questa terra: i popoli nativi. È un saggio che copre cinquecento anni di storia e si basa sul lavoro di molti altri studiosi. Con questo suo testo vuole andare a ricomporre diversi filoni della storia degli Stati Uniti e dei nativi americani, cercando una connessione evidente.
Se state leggendo queste righe, ebbene significa che sono morto. Oppure, molto più verosimilmente, che ho smarrito i miei diari in chissà quale angolo d'Europa. Qualora foste intenzionati a curiosare nei miei scritti, procedete a vostro rischio e pericolo. Sfogliateli per scopi meschini e queste pagine non esiteranno a incendiarsi tra le vostre mani.
Questo taccuino è arrivato tra le mie mani in modo, forse, inatteso. Sfioro la copertina in pelle con delicatezza. Mi guardo intorno e mi domando per qualche istante se addentrarmi tra queste righe o desistere. Ma sono una persona troppo curiosa e inizio a sfogliarlo.
C'è subito un avvertimento che può inquietare. Eppure io non ho mai avuto scopi meschini e ormai la fiammella si è accesa. Devo andare avanti e poi deciderò che fare. Ho quasi la sensazione di trasgredire un patto, di diventare una complice consapevole di segreti. Un po' come quando leggi le pagine di un diario di un qualche scrittore e ti senti scossa da una duplice sensazione: una curiosità forse morbosa e, al tempo stesso, un senso di colpa perché stai avendo accesso a un mondo non tuo.
Il diverso ha sempre fatto paura, ieri come oggi.
E questo concetto si lega sempre alle storie di streghe. Come accade in Falena di Natalia Guerrieri, un breve ma denso racconto fatto di sangue e carne, di corpo femminile e liberazione, di dolore e perdita, di metamorfosi e accettazione di sé.
Sulle coste dell'Abruzzo arrivano i protagonisti di questa storia: Maia, la madre, Ermete il figlio ferito in battaglia, e Dana, una ragazzina selvatica dai lunghi capelli neri e unghie simili ad artigli. Migranti che cercano in una nuova terra una possibile salvezza. Già sulla nave, però, Dana deve subire la violenza degli uomini. Sfruttata, umiliata, derisa e guardata anche con lussuria. È qui che avviene una sorta di iniziazione: il primo sangue, la prima mestruazione. Non più bambina, ma già donna. Dana non è come tutti, lei riesce a vedere oltre. E sin dalle prime pagine si avverte questo suo forte legame con il mondo naturale. Falene vorticano intorno a lei e si soffermano lì dove avverte dolore. La luna sembra chiamarla, da lei esce una donna gigantesca. Una donna frassino, un essere antico come il mondo. Una figura che sembra già essere il preludio per una rinascita.