Nel glossario curato da Dar Usacheva, posto alla fine del romanzo, Sabishisa viene descritto come un “sostantivo giapponese derivante da sabishii che indica una sensazione profonda di solitudine, desolazione, tristezza o mancanza. Rimanda a una malinconia interiore, al senso di vuoto causato dall'assenza, e non soltanto a un senso di solitudine fisica, ma anche e soprattutto alla fine di un momento felice, che è quindi velato di tristezza e nostalgia”.
Sono giorni che rifletto su questo concetto, perché mi sembra una sensazione familiare, qualcosa che sento profondamente mio. Quella sorta di quieta malinconia, una solitudine che non chiede di essere risolta, ma abitata, attraversata, vissuta. Quando mi soffermo a osservare la luna piena, o il mare d'inverno, o un tramonto, o mi ritrovo in un luogo segnato dall'assenza di chi non c'è più, mi sento quasi sospesa in un tempo diverso: gli occhi si fanno umidi e non so ben spiegare, in verità, cosa sto provando in quel momento. C'è forse una sensazione di profonda solitudine, un'emozione che non riesci a definire, puoi solo accogliere, anche quando può far male.
Nel nostro mondo occidentale vediamo spesso la solitudine quasi come un male, qualcosa da correggere, un vuoto da riempire assolutamente. È un'idea che non sono mai riuscita a condividere. Forse è per questo che, pur non comprendendola del tutto, sono molto affascinata dalla filosofia orientale e, più nello specifico, da quella giapponese. Per me la solitudine non è un male: spesso mi aiuta, mi permette di riflettere sull'esistenza, o più semplicemente di respirare. E in un mondo che va sempre più rapido, che cerca costantemente di riempire i vuoti e stigmatizza quasi la solitudine, forse è un bene fermarsi ad ascoltarsi, ad abitare quel vuoto, senza fretta, senza paura.
E questa stessa sensazione la ritroviamo tra le pagine del romanzo di Ethel Mannin, Sabishisa - la solitudine, pubblicato di recente da Agenzia Alcatraz che sta facendo un ottimo lavoro di recupero delle opere di questa straordinaria autrice. Questa solitudine esistenziale permea ogni pagina, collegando due mondi diversi che cercano contatti, ma si scontrano molto spesso con l'incomunicabilità e i differenti modi di vivere l'amore e la morte.
«Penso che con sabishisa intendiamo qualcosa di più di quello che intendete voi con la parola 'solitudine'. Per noi racchiude più tristezza. È qualcosa di profondo, dentro di noi».

Siamo nel Giappone degli anni Cinquanta, un luogo che è ancora lontano dall'immagine che abbiamo oggi. È un Paese che porta addosso le ferite della guerra, sospeso in uno scontro tra la tradizione e la modernità portata dall'occupazione americana, che ha offerto sì nuove prospettive e punti di vista, ma ha causato anche un profondo senso di disorientamento.
In questo scenario si muove Vanessa Cleft, una pittrice inglese, che durante il suo soggiorno a Matsushima fa la conoscenza di Matsutaru Okita, un ragazzo giapponese di diversi anni più giovane. Tra loro nasce subito un sentimento particolare e insieme effimero: pur sapendo di aver un tempo limitato, cercano di viverlo il più intensamente possibile. Ma Vanessa è sposata con Jonathan e, pur avendo i due un rapporto abbastanza libero, sa che dovrà far ritorno a Londra.
Ridurlo a un semplice romanzo d'amore tormentato è, però, secondo me molto limitante. Quella raccontata da Ethel Mannin è soprattutto una riflessione più profonda su temi come l'incomunicabilità, l'emancipazione e l'estraneità, e su come due culture differenti affrontino l'esistenza e le prove più dure che la vita sa riservare. Le esistenze dei Cleft e della famiglia Okita sono destinate a intrecciarsi, anche in modi tragici, lasciando però quella malinconica solitudine che il termine sabishisa incarna.
In questo romanzo Mannin alterna più voci, più sguardi, mettendo in luce le connessioni e le contraddizioni tra Occidente e Oriente. Vanessa è una donna libera, emancipata, appassionata, un'artista che cerca la bellezza non solo nei paesaggi, ma anche nei volti. Viene vista da un lato con ammirazione e attrazione dagli uomini della famiglia Okita, ma dall'altro anche come un elemento di disturbo dalle donne, così ancora legate a un sistema di valori fondato sul dovere, sul sacrificio e sull'accettazione di un ruolo ben definito. Anche il suo atteggiamento nei confronti di questo popolo così diverso è ricco di contraddizioni: è attratta dal giovane Matsutaru, quel ragazzo che vuole slegarsi dal costante paragone con suo cugino, morto kamikaze durante la guerra e considerato un eroe. Un giovane di cui ammette, ben presto, di essersi un po' innamorata. Eppure l'inglese non riesce a comprendere la rigidità di Suzu, la sorella del suo giovane amante, che sembra accettare docilmente il destino che è stato previsto per lei.
Nel corso della storia troveremo anche le voci e gli sguardi della stessa Suzu e di Jonathan, che si reca in quegli stessi luoghi toccati dalla moglie, come nella speranza di ritrovare lei e sé stesso, sentendosi perso, svanito anche lui in una sorta di non-vita.
«Si può essere soli anche nel ricordare qualcosa di bello che è finito e non potrà più ripetersi. C'è solitudine nel ricordo - una solitudine profonda.»
Ethel Mannin è una scrittrice inglese, quindi osserva il Giappone con il suo sguardo occidentale, arricchito però dalla sua esperienza diretta sul campo. Come possiamo leggere anche nella postfazione curata da Francesca Scotti, prima di dedicarsi alla scrittura di questo romanzo, Mannin era stata fisicamente in Giappone e ne aveva scritto un resoconto nel suo The Flowery Sword - Travels in Japan. Il suo è un lungo viaggio intrapreso dopo la morte del marito Reginald Reynolds, quasi a ripercorrere i luoghi in cui l'uomo era stato. È uno sguardo per nulla romanticizzato su quella terra, volto a testimoniare anche le difficoltà vissute durante il suo soggiorno. Non idealizza i luoghi, ma ne mostra anche le zone d'ombra, le incoerenze, le incomprensioni tra mondi così distanti. Nonostante tutto, cerca di vivere il Giappone in maniera più autentica possibile, e questo si riversa poi anche tra le pagine di questo romanzo. La terra del Sol Levante, con i suoi paesaggi, i fiori di ciliegio che cadono, i tramonti, e le feste dedicate agli antenati, diventa essa stessa protagonista, quasi uno specchio delle emozioni provate da ogni personaggio.
C'è una frase molto significativa che troviamo tra le pagine:
I fiori di ciliegio sbocciano, cadono e sono dispersi dal vento... ma nessun vento può toccare i fiori del cuore.
Una citazione di Yoshida Kenkō che, a mio parere, ben rappresenta le relazioni descritte nel romanzo. Se è vero che un rapporto è destinato a finire, è altrettanto importante capire che quei sentimenti provati resteranno sempre nel cuore, e nessun vento per quanto forte potrà toccarli. Un'immagine che mi ha incantata.
Tra le altre riflessioni, forse più vicine al nostro sentire, c'è anche quella in cui ci accorgiamo troppo tardi di quanto tempo abbiamo sprecato, non vissuto, credendo in un possibile futuro, anziché soffermarsi sul presente, sul qui e ora, vivendo in maniera intensa ogni aspetto della nostra esistenza e del rapporto con l'altro. E allora resta il rimorso, la tristezza di non aver fatto di più, la sensazione di incompletezza difficile da eliminare. Un vuoto impossibile da riempire.
Non è un romanzo ricco di azione, ma fa molta più leva sull'aspetto psicologico. Atmosfere, spazio emotivo, sentimenti e riflessioni che intrecciano due mondi apparentemente diversi, distaccati, destinati a trovarsi, ma anche a separarsi. Anche i fantasmi che troveremo nel corso della narrazione non hanno nulla a che vedere con l'aspetto soprannaturale: sono frutto della fede, della tradizione, dei ricordi, ma anche di un'assenza che si fa sempre più presenza, di un amore che non si riesce a cancellare e si cerca di ritrovare in quegli stessi luoghi in cui ha lasciato traccia.
È una lettura lenta, raffinata, che mette ancora una volta in luce la bellezza della penna di Ethel Mannin. Uno stile che incanta e ti trascina con sé in mondi affascinanti, in riflessioni profonde.
Per una questione di gusto personale e di temi che sento più miei, romanzi come Lucifero e la bambina e La strada per Be'er Sheva hanno conquistato maggiormente il mio cuore, eppure anche questo libro ha lasciato un segno profondo. Soprattutto per questa sensazione che sento molto mia.
Uno degli aspetti che più amo di questa autrice, che ormai sento proprio di annoverare tra le mie preferite, è questa sua capacità di spaziare tra generi e mondi, senza focalizzarsi solo su un unico tema o su uno spazio ben definito. Mannin ha scritto moltissimo durante la sua vita, e quindi credo che riesca a toccare le corde emotive e i gusti di numerosi lettori. Ed è per questo che non vedo l'ora di continuare ad approfondirla.
Tsuki chirari
Uguisu chirari
Yo wa akenu
Uno scorcio di luna
una nota dell'usignolo
e la notte è finita.
- Issa





