Qualche anno fa un titolo mi ha subito colpita: Lucifero e la bambina. Da amante delle storie di stregoneria, non ho saputo resistere, e l'ho preso, letto e amato. Questo mi ha dato anche la possibilità di scoprire un'autrice che in molti, all'epoca, hanno definito controversa, ma che a me ha subito affascinato moltissimo: Ethel Mannin.
Quando, quest'anno, Agenzia Alcatraz ha pubblicato il secondo romanzo, ero felicissima. In parte perché potevo tornare a leggere la sua splendida penna, ma soprattutto perché toccava un tema per me di fondamentale importanza, soprattutto negli ultimi anni: la Palestina.
Ethel Mannin, infatti, era antisionista e un'attivista nettamente schierata con il popolo palestinese. La strada per Be'er Sheva è stato pubblicato nel 1963 e rappresentava una sorta di “risposta” al romanzo giudeo-sionista Exodus, di Leon Uris, una sorta di narrazione epica della fondazione dello Stato di Israele, piena di menzogne e distorsioni, ma che ebbe molto successo. Ethel, dal canto suo, voleva parlare anche dell'altra diaspora, quella palestinese. Nessuno in fino a quel momento l'aveva raccontata, facendo diventare quindi il suo lavoro il primo romanzo occidentale a narrare la Nakba e l'esodo del popolo Palestinese dal loro punto di vista.
Con quale diritto un popolo poteva fare tutto ciò a un altro? Il fatto di aver sofferto li autorizzava a infliggere altra sofferenza? E in ogni caso, non erano i palestinesi la causa del loro dolore.

Mannin ne La strada di Be'er Sheva - come dice lei stessa - vuole descrivere quella che è la storia di una piccola parte dell'esodo di un milione di Palestinesi durante la guerra arabo-israeliana del 1948. In particolare si concentra su quello dalla città di Lidda e dai villaggi circostanti del 12 luglio: coinvolse circa centomila persone, soprattutto anziani, donne e bambini, che furono obbligati ad attraversare a piedi lande desolate fino alla città di Ramallah. Gli eventi le sono stati raccontati da persone che hanno vissuto sulla propria pelle quel terribile viaggio, anche se i nomi dei personaggi sono fittizi.
Il romanzo è suddiviso in tre parti: L'esodo, l'esilio e il ritorno.
Ethel ci offre subito un'immagine terribile: in questo deserto avanzano, a fatica, un mare di persone - soprattutto donne, anziani e bambini - sotto un sole rovente. Corpi che si muovono barcollando, aerei neri che volteggiano sopra di loro come avvoltoi in attesa e la terra implacabile che ributta il calore con ferocia. Donne che stringono al petto i loro bambini che strillano per la paura e la fame o la sete, anziani che arrancano a fatica, collassando a terra. A volte, qualcuno viene lasciato indietro. Le gole arse per la sete. La mancanza di cibo e di ombra. La paura. Ma anche un profondo senso di umiliazione. È la Nakba, la catastrofe.
Famiglie intere vengono cacciate dalle proprie case con violenza. Donne sono stuprate, uomini uccisi o torturati. Soldati e soldatesse urinano dentro le cisterne d'acqua delle moschee usate per le abluzioni, o sputano in faccia ad anziani, facendoli sentire una nullità.
Dall'immagine collettiva di un popolo, poi, la Mannin si concentra soprattutto su una famiglia, quella di Anton Mansour il giovane protagonista di questa storia. Anton è figlio di Butros Mansour, proprietario terriero cristiano-palestinese, e di Marian, una donna inglese che in quella terra è rimasta per amore. In lui c'è anche una sorta di conflitto interiore: vorrebbe sentirsi completamente arabo, anche se nel suo sangue scorre sangue inglese. È un ragazzo che nel corso di tutto il romanzo cerca la sua identità, la sua appartenenza.
Quando suo padre muore, un anno dopo questo terribile avvenimento, Anton e sua madre volano in Inghilterra. Ed è qui che inizia l'esilio. Pur amando quei luoghi, infatti, Anton avvertirà sempre la nostalgia per quella che ritiene la sua casa, la sua terra. Interessante è anche la descrizione dello sguardo occidentale su di lui. Persone che lo guardano quasi con supponenza o fastidio, e altre che non sanno nulla di quella terra o che non conoscono realmente la verità sugli arabi. C'è una descrizione, in particolare, che l'autrice fa su una fioraia che vende fiori provenienti dalla Palestina. Lei la chiama Israele. La madre di Anton le racconta quello che è realmente accaduto in quella terra e la invita a non vendere più prodotti tesi a sostenere quel paese oppressore. La fioraia sembra colpita, ma... poi continua lo stesso a vendere altro proveniente da Israele.
Questa è solo una delle descrizioni che più mi hanno colpita e che risuona ancora oggi con forza. L'indifferenza di un mondo occidentale che, invece di capire, continua a sostenere uno Stato illegittimo o ad accusare di antisemitismo con estrema facilità e nel modo più sbagliato possibile.
«Il grande pubblico britannico sente parlare dei rifugiati ebrei da anni - da molto prima della guerra. Ma si è sentito dire ben poco sui profughi dagli ebrei...»
Ethel Mannin racconta tutto nel 1963, anticipando anche molte battaglie odierne (vedi il movimento BDS), ma ancora oggi, nel 2025, c'è gente che si comporta nel medesimo modo. Chiude gli occhi, pensa a sé, non prova minimamente a informarsi davvero. E al minimo discorso, accusa gli altri di antisemitismo.
Comunque, in Inghilterra Anton prova anche una nuova esperienza: quella dell'amore, per una ragazza che poi si rivela essere ebrea. Ed è qui che inizia anche una sorta di riflessione importante. Anton a quella rivelazione rivede con orrore gli aerei neri che sorvolavano sopra le loro teste, nel deserto, la paura, l'umiliazione, e non ce la fa. E aumenta in lui il forte desiderio di tornare indietro, soprattutto per mantenere fede a una promessa fatta a un caro amico: Walid Hussein. Un ragazzo che è stato cacciato da Be'er Sheva, ma che sogna di percorrere di nuovo quella strada verso casa, infiltrarsi nelle terre occupate e creare un movimento di resistenza.
Cosa accadrà al suo ritorno in Palestina?
In verità il finale forse te lo aspetti, ma riesce lo stesso a toccarti profondamente.
Ethel Mannin, come dicevo, si concentra in particolar modo su questa famiglia che, in verità, è anche privilegiata in un certo senso. Perché sono dei proprietari terrieri che hanno anche fratelli importanti a Ramallah e una seconda casa a Gerico, dove poter tornare. Ma non manca uno sguardo sull'altra faccia di un popolo cacciato dalle proprie case: in quella distesa di tende, nelle difficoltà di riuscire a vivere una vita in condizioni terribili. Descrizioni che non possono non rimandare sempre al presente: perché, in fondo, per i Palestinesi la Nakba non è mai veramente finita, ma attualmente è ancora più feroce.
Ci sono riferimenti al Massacro di Deir Yassin, ma anche a quello di 300 uomini nella Moschea di Dahmash. E non manca anche, ovviamente, la resistenza. Sì, proprio quella che ancora oggi in molti non vogliono comprendere. Giovani che hanno subito le peggiori torture o donne che hanno affrontato l'orrore della violenza, che scelgono di unirsi ai Fedayyin. Ragazzi che mettono a rischio la loro stessa vita per un sogno molto più grande: liberare la Palestina dall'oppressore.
L'espulsione di migliaia di uomini, donne e bambini nel deserto era un massacro al pari dello sterminio con mitragliatrici e baionette delle donne e dei bambini del villaggio di Deir Yassin, il 10 aprile, o il massacro di trecento uomini nella moschea di Dahmash, a Lidda, tre giorni prima. Era stato un massacro di vecchi e di neonati tenuti in braccio, di piccoli che stavano imparando a camminare; un massacro degli innocenti.
È, ripeto, un romanzo scritto negli anni '60, ma che è fondamentale ancora oggi per poter comprendere davvero quello che continua ad accadere in quella terra, e non solo dal 7 ottobre 2023, ma da quasi 80 anni! Nella penna di Ethel Mannin non c'è patetismo, in lei c'è tutta la sincerità e l'empatia di riportare sulla carta le parole che le hanno rivolto, le testimonianze raccolte. Ma anche un profondo desiderio di giustizia e la sua grande passione umanitaria. Perché il popolo Palestinese esiste, va a ascoltato, va sostenuto.
Ho amato moltissimo questo libro, non solo per la penna di Ethel Mannin che per me resta sempre bellissima e potente, ma proprio per la sua importanza. Un romanzo da recuperare se volete approfondire la storia e forse provare a comprendere un po' di più anche cosa si intende per Resistenza.
C'è tanto dolore tra queste pagine, ma anche tanto amore, amicizia, e un legame indistruttibile con la propria terra.
Vi consiglio di leggere bene anche la bellissima post-fazione di Tiffany Vecchietti, che ben delinea un vero e proprio filo tra passato e presente e si pone una domanda di cui vorrei tanto poter conoscere anche io la risposta: Chissà come reagirebbe Ethel Mannin davanti alle immagini che ci sono scorse davanti agli occhi in questi mesi, in questi anni. Chissà cosa ne penserebbe di una striscia di cui non rimane che polvere, chissà come giudicherebbe il nostro immobilismo, le nostre giustificazioni, la scorta mediatica.
Io la vedrei già, in prima linea, a difendere ancora una volta questo popolo oppresso. A diffondere con la sua penna le loro voci. Lei lo ha fatto anni fa, noi, in qualche modo, nella misura in cui siamo capaci o ne abbiamo la possibilità, possiamo farlo anche oggi. Perché, come mi ostino a ripetere, i palestinesi non sono solo numeri. E vanno ascoltati, supportati, anche nelle loro forme di resistenza.
Alla fine l'ingiustizia si distrugge da sola - tutto il male lo fa. La storia lo dimostra.





