Sono sempre stata attratta dalle storie ai margini, da quelle figure liminali che si muovono sui bordi di una realtà alla quale spesso non riescono a sentirsi parte. Quando ho avuto l'opportunità di leggere le prime pagine di questo romanzo ho subito capito che sarebbe stata una storia destinata a lasciarmi un segno. A Vivian mi sono subito affezionata, perché per certi versi riesco a capirla. O perlomeno credo che a volte bisognerebbe fare un passo indietro e fermarsi ad ascoltare uno sguardo diverso sul mondo, anche quando sembra troppo assurdo o strambo.
Gusci d'uova è il romanzo di esordio della scrittrice irlandese Caitríona Lally, vincitore nel 2018 del Rooney Prize for Irish Literature.
L'autrice ci porta con sé nella Dublino Nord contemporanea che, però, impariamo a guardare attraverso lo sguardo di un'eccentrica protagonista: Vivian Lawlor.
Apro la cartina, la dispiego su una porzione della moquette e sul mio quaderno scrivo i nomi dei luoghi che contengono riferimenti a favole, incantesimi e portali per un altro mondo; un mondo al quale i miei genitori credevano appartenessi e nel quale hanno tentato di rispedirmi, un mondo che loro non hanno mai trovato.

Vivian è orfana e disoccupata e, alla morte della prozia Maud, eredita la sua casa piena di sedie in cui ancora si avverte il vago sentore dell'anziana, un misto di lavanda e biancheria usata. Subito ci rendiamo conto di trovarci davanti a una donna insolita che la società normale tende a etichettare come diversa, eccentrica, strana. Invia ceneri via posta a presunti amici della prozia, decide di fare una festa sotto il tavolo di casa mangiando solo cose blu, dà il buon Natale ad Aprile, trascrive l'ultimo termine di ogni libro presente su uno dei suoi quaderni, e si diverte ad annotare ogni parola che più le piace. Una lista infinita che riversa sui suoi taccuini, cercando un senso, o dei codici importanti soprattutto per uno scopo più grande: trovare un portale per l'Altrove.
Sì, perché Vivian per tutta la vita ha creduto di essere una changeling, una creatura fatata tipica del folklore irlandese, che prende il posto del bambino umano scambiato dalle faeries. O almeno è quello che hanno sempre pensato i suoi genitori, cercando anche di spedirla indietro, invano. Ma Vivian non vuole fallire: ogni giorno, infatti, pesca dalla cartina i posti più insoliti, quelli con nomi particolari che possono rimandare a questi luoghi intangibili, sospesi tra i due mondi, e li raggiunge nella speranza di passare oltre, di accedere a una realtà alla quale finalmente appartenere. Magari attraversando la Yellow Street e la Emerald Street un ciclone la porterà via, come Dorothy nel Meraviglioso Mago di Oz, o andando a cercare uno Hobbit a Middle Third potrà trovare una via per accedere in un altro mondo. E poi ci sono i chioschi, i pozzi, il fiume che potrebbe diventare come lo Stige con Caronte pronta a condurla nell'altra via. Perché non seguire la fine dell'arcobaleno e chiedere consiglio a un Leprecauno? O ancora bussare all'armadio per scoprire Narnia? Sono tante queste soglie, deve solo trovare quella giusta.
E noi la seguiamo tra le strade della città, vivendo con lei ogni genere di “ quotidiana avventura”, tra incontri bizzarri e incomprensioni, insegne vandalizzate da possibili gang di Puffi delle quali restano poche lettere con cui costruire nuove parole. La vediamo cercare di sfuggire alle anziane vicine, sempre pronte a osservare il mondo dalla finestra e giudicare; o nel tentativo di costruire un rapporto con sua sorella, anche lei chiamata Vivian, nella speranza di bloccare sospiri e di avere una qualche forma di conversazione. O ancora con la volontà di trovare un'amica di nome Penelope.
Non riesco a spiegarmi alle persone che curiosano fuori dalle finestre e pretendono di conoscere il mondo.
Durante la lettura mi sono ritrovata spesso a ridere davanti a certe situazioni in cui Vivian si caccia, ma anche davanti a pensieri forse un po' folli. Eppure, sotto quell'ironia, avevo la percezione che ci fosse qualcosa di molto più profondo e triste. Un sussurro feroce che la protagonista cerca sempre di nascondere, di non rivelare. Un dolore che vuole attenuare, pensando ad altro: altre immagini, parole, o magari interrompendo il silenzio con rumori di sottofondo. Ci sono frasi, disseminate nel testo, che in effetti fanno pensare a qualcosa di più oscuro e doloroso.
Vivian riempie il suo mondo di colori: in quella grande casa vuota che, però, è un po' il suo rifugio - dove espande il suo odore non lavandosi quasi mai, tiene gli specchi celati per non scorgere la sua figura e racchiude il suo piccolo tesoro di ricordi -, cerca di portare un po' di nuove sfumature. Del cibo blu, torte da condividere con l'amica Penelope, un pesciolino più giallo che rosso - Limonpesce -, e tutta la sua colorata eccentricità. Ma Vivian è sola e ha difficoltà nei rapporti con gli altri, nel comprendere una società che ci vorrebbe tutti seguire uno stesso modello di vita. Vivian parla poco, ha un numero ridotto di parole da diffondere ogni giorno. E anche quando prova ad andare incontro agli altri, viene allontanata o guardata quasi con pietà o irritazione.
Sua sorella maggiore è proprio il suo perfetto specchio: è una moglie e madre esemplare, sempre pulita, e perfetta, anche se a ben guardare non pare molto più felice di quella sorella un po' matta che la porta a fare fin troppi sospiri. E quindi ci si chiede: ma chi stabilisce cosa sia la normalità? Adeguarsi a certi schemi ci aiuta davvero a essere felici? Siamo sicuri di essere veramente migliori?
Ogni persona morta è «molto amata» o ne «sentiremo profondamente la mancanza», ma non può essere vero per tutti: la morte fa emergere le peggiori bugie. Saluto le varie lapidi, immaginando il tipo di vita che queste persone hanno davvero vissuto. Forse Edward Neary picchiava sua moglie e Mrs Neary non sente profondamente la mancanza delle percosse. La signora Honor Cole potrebbe essere «molto amata», non solo da suo marito, ma pure da una marea di altri uomini.
Lally non descrive mai fisicamente Vivian, ma dà soprattutto rilevanza alla sua interiorità. Ci permette così di guardare la realtà da un punto di vista diverso. Quello dell'emarginata, della diversa, della tipa un po' folle che se ne esce con frasi apparentemente assurde e dalla quale vorresti tenerti forse un po' lontana. Ci mette in qualche modo di fronte a un mondo pieno di contraddizioni, a una società che non riesce ad accogliere una persona che non rientra in schemi ben precisi. Eppure Vivian dimostra il coraggio di essere semplicemente sé stessa, non conformandosi a quello che vogliono gli altri. Non è una donna che vuole rimanere nel suo guscio protettivo. Lei cerca contatti e forse sarà proprio Penelope così particolare e simile a lei a rappresentare una sorta di salvezza, o comunque un legame con un mondo che non sempre sa essere empatico. Forse non serve un portale per un Mondo Altro, ma è proprio quest'amicizia a divenire una porta per attraversare quello in cui vive.
Caitríona Lally lascia tutto un po' in sospeso, ma nonostante questo sia un aspetto che non sempre amo nei libri, in questo caso credo che sia un giusto finale.
Non la definirei una lettura adatta a tutti. Non c'è una vera e propria trama e, anzi, le passeggiate e le giornate di Vivian tendono a essere molto ripetitive senza condurre, all'apparenza, a nessun risultato. È un libro più rivolto a chi ama perdersi nei mondi interiori dei personaggi. Dublino stessa diventa un personaggio, un elemento importante: attraverso la protagonista possiamo vederla con nuovi occhi. E quel tocco di magico che entra nel reale è un aspetto che mi ha sempre affascinato: Vivian è quella che sa guardare oltre. Se tutti imparassimo a osservare il mondo fuori in maniera diversa, cercando un po' di magia che non riusciamo più a scorgere? Forse la realtà potrà apparire meno triste.
A Vivian mi sono subito affezionata perché in parte ho ritrovato me stessa. Non tanto nelle sue eccentricità - che a volte sono forse eccessive anche per me - ma nella difficoltà di essere ritenute sempre diverse perché non amiamo conformarci a delle regole ben definite. Io non sono sposata, non sono una madre, non ho attualmente un lavoro (e solo a pensarci mi sale l'ansia). Amo trascorrere gran parte del tempo in casa, circondata da libri. Adoro fare liste infinite e non nego che salirei ancora sugli alberi. Sono spesso stata definita strana per questo. Non mi sento poi così compresa da chi, invece, ha seguito un determinato percorso richiesto a un concetto di normalità definito non si sa bene da chi. Mi rivedo anche nel significato del titolo stesso: i gusci d'uova sono un po' il simbolo di resistenza e protezione, ma anche di fragilità. Un po' come un rifugio, che però rischia facilmente di essere distrutto. Ed è un po' come mi sento io e come sembra Vivian: forte e vulnerabile allo stesso tempo.
Spengo la televisione perché ci sono troppe persone che fanno cose in modo straordinario, e io mi sento come una natura morta mediocre appesa accanto a un Caravaggio.
Agli occhi di ogni lettore potrebbe apparire in maniera differente. Ho letto alcune interpretazioni che la riconducono a una persona con problemi mentali, mentre l'autrice, leggendo alcune interviste come questa, voleva rappresentarla semplicemente come una persona diversa, creando un personaggio che non ha filtri in ciò che dice e lasciandole carta bianca per essere sé stessa. Una donna che però ha il coraggio di accettare le proprie particolarità e guarda il mondo da un'angolazione tutta sua. Io l'ho percepita come una creatura che ha sofferto e che tenta di nascondere il dolore in ogni modo, e forse è proprio con questo sguardo verso l'Altrove che cerca di trovare una possibile soluzione a un senso di solitudine e incomprensione profonde. Basterebbe, forse, provare semplicemente ad ascoltare. Perché anche chi ha note diverse, che a volte possono stonare, può essere parte dell'armonia del mondo.
Un'ultima nota per la traduzione: Lally gioca tantissimo con le parole, con i significati e i suoni e immagino, quindi, la difficoltà nel cercare di rendere in italiano molto dell'umorismo, delle usanze e del folklore irlandese. Non me ne intendo abbastanza di traduzione per poter fare un'analisi più tecnica, ma mi sento di fare i miei complimenti a Laura Albertini, perché secondo me è riuscita a fare proprio un bel lavoro - e certe note aiutano molto di più a comprendere tanti giochi di parole e riferimenti culturali -.
Concludo ripetendo che, no, non è un libro per tutti, ma sicuramente lo è stato per me. Perché è una di quelle letture dove mi sono sentita in parte compresa. E comunque, come dicevo all'inizio, io sono attratta da questo sguardo sull'altro, dalle storie marginali che spesso riescono a segnare molto di più di quella che tutti definiscono normalità.
«Povera Vivian» l'ho sentita dire, ma è lei a essere povera, con la sua rabbia e le sue crisi isteriche.





