Amo molto andare alla scoperta di voci femminili che non conosco o che non sono così note.
Negli ultimi anni, soprattutto grazie a realtà editoriali più piccine, sono riuscita a conoscere e approfondire diverse autrici che mi hanno colpito tantissimo, alcune delle quali hanno sicuramente conquistato un posto d'onore nel mio cuore di lettrice. Barbara Comyns, portata in Italia da Safarà Editore, mi attirava parecchio. Gotico, fiabe oscure, personaggi femminili che restano impressi: aveva tutte le carte in regola per piacermi e, in effetti, così è stato.
A dicembre ho deciso di iniziare con La ragazza che levita, una sorta di fiaba oscura che ci porta nel sud di Londra nell'età edoardiana, nei primi anni del Novecento. Protagonista è la giovane Alice Rowlands, diciassettenne, che ha vissuto tutta la sua vita negli orrori di una casa governata dalla crudeltà di un uomo: suo padre.
Non voglio essere bizzarra, né diversa. Voglio essere una persona ordinaria.

L'uomo è un veterinario, be' non proprio il dolce medico che potreste immaginare, che nella sua cupa e fredda casa svolge il suo lavoro da un lato ed esercita, dall'altro lato, tutto il suo potere patriarcale sulla sua fragile moglie e la loro figlia. Due donne a cui non fa mancare nulla, o almeno così lui dice, ma che avverte come un terribile peso di cui non vede l'ora di sbarazzarsi.
Alice cresce in un contesto di crudeltà e miseria, in una casa che puzza di animali e di cavolo, che dalla descrizione appare decisamente inquietante: ai piedi del camino c'era un tappeto fatto con la pelle di un alano, sulla mensola il teschio di una scimmia con una doppia collezione di denti che sembravano bisbigliare quando li fissavi intensamente. Ma dentro di lei sogna una vita lontana, magari l'amore di un uomo bello che potrà portarla via da tanto orrore, in un'oasi verde, come quella fattoria in Galles dove è cresciuta sua madre, quando ancora era felice. Alice ama sentirla parlare, rievocare ricordi di un tempo ormai lontano, quando la donna era ancora forte e sicuramente più serena nonostante tutto, ma quando il marito torna in casa, la donna sa solo sussurrare. Docile, sottomessa alla crudeltà di un uomo che non l'ha mai amata.
Era piuttosto evidente che alcune persone fluttuavano - non tutte, magari tante quante erano mancine, forse - ma era una bizzarria e di certo non una cosa di cui pavoneggiarsi, quanto qualcosa da tenere per sé e di cui fare pratica quando non c'era nessuno in giro.
Le giornate di Alice si susseguono sempre uguali: deve pulire le gabbie di gatti e altri animali, occuparsi dei pasti e della pulizia della casa, e sostenere una madre sempre più fragile che il tempo e i soprusi del marito stanno portando alla morte. Su di loro incombe sempre l'ombra opprimente di un padre-padrone, un uomo violento, capacissimo di prendere a calci moglie e figlia, rischiando di frantumar loro ossa e denti. Nella sua vita solo poche luci: un'amica sordomuta, Lucy, con la quale riesce a trascorrere quel po' di tempo libero; una governante che l'aiuterà in uno dei momenti più difficili della sua triste esistenza, e Henry Peebles, che lei chiama Occhiolino per quel suo modo di sbattere spesso le palpebre, il primo uomo al mondo a trattarla con un po' di gentilezza.
Eppure sono luci fioche che difficilmente possono aiutarla, soprattutto quando sua madre morirà e al suo posto arriverà un'altra donna lasciva e cattiva, che rischierà anche di metterla in pericolo. Ma sarà proprio in quel momento che lei scoprirà il suo potere: Alice è capace di fluttuare, di sollevare il suo corpo, di guardare quel tragico mondo da una diversa prospettiva. Alice levita, si allontana dalla violenza e dalla bruttura del mondo. Alice sogna di volare via.
E per lei si apre una strada, che però la metterà di fronte ancora una volta alla crudeltà degli uomini e di un mondo ingiusto che forse non è capace di accettare il diverso, il bizzarro.
E quel suo potere sarà la sua forma di libertà o un ulteriore pericolo? Quella ragazza, ingenua e romantica, riuscirà a smettere di avere paura?
Sentii un piccolo brivido di trionfo. Potevo fluttuare a mio piacimento; non era un sogno, né una malattia. Potevo davvero levitare. Mentre camminavo verso casa nel pomeriggio morente, sentii un orgoglio tutto nuovo.
Ne La ragazza che levita finiamo in un mondo ben privo di meraviglie, ma ad Alice è impossibile non affezionarsi, non desiderare di aiutarla. Ho amato sin da subito la scrittura di Barbara Comyns che, sin dalle prime pagine, è capace di buttarci in questa grande casa nauseabonda, oscura e crudele. Ti sembra di avvertire il tanfo dei tanti animali trattati con poca gentilezza dal veterinario, l'odore asfissiante del cavolo, il pericolo sempre presente che arriva quando odi già i passi dell'uomo che rientra in casa, magari anche ubriaco. La paura di compiere gesti sbagliati, di turbarlo anche solo con uno sguardo o per avvertire il desiderio di riposo quando il fisico è sempre più debilitato. Il pericolo della violenza che arriva anche da fuori. Quel senso di prigione continua in cui si ritrova la protagonista. Solo quando riesce a evadere da quel luogo, quando può vivere in mezzo alla natura per un periodo, forse trova un po' di respiro e noi con lei.
Sembra una fiaba, con una giovane fanciulla che sogna il vero amore, bellissimo e gentile; ma vive in una casa con un padre crudele e una matrigna pronta a farle del male. Con pochi amici forse un po' bizzarri e un cavaliere che, però, non sembra arrivare in tempo. E allora fluttua, Alice, si allontana come può dall'inferno, come se sollevandosi da terra, possa trovare almeno un po' di libertà, una sorta di difesa. Un potere che, però, vorrebbe tenere nascosto: perché lei non vuole essere bizzarra, vuole essere solo una ragazza normale, ordinaria, con una vita più serena. Non un fenomeno da baraccone, non un essere diverso separato dalle persone comuni.
Talvolta la vita che conducevo mi sembrava talmente inutile e triste che immaginavo di vivere in un altro mondo. Allora tutti i tetri utensili marroni della cucina si trasformavano in grandiosi fiori esotici e mi ritrovavo in una sorta di giungla e, quando il pappagallo chiamava dalla sua prigione-gabinetto, non era più il pappagallo, ma un grande pavone bianco che gridava forte. E io vedevo enormi foglie, quasi nere, contro il cielo ardente, e i raggi del sole che vi brillavano attraverso erano simili a spade d'oro; ed io potevo allungare le mani e sentirne il calore. Allora il profumo dei fiori, che assomigliava molto a quello delle peonie, arrivava alle mie narici, insieme a uno strano odore di terra umida.
Questa storia mi ha turbata molto, lasciandomi addosso una sensazione di tristezza e malinconia. Ma l'ho amata e ora non vedo l'ora di scoprire di più su quest'autrice.





