
A volte provo una sorta di senso di colpa nel metterci così tanto a leggere e analizzare un libro. Però sono una di quelle persone che ha bisogno di tempo per rifletterci su e trovare le mie parole, allontanandomi un po' da una fredda narrazione di un testo. Mi piace metterci del mio, piccoli frammenti di questa lettrice che vuole andare oltre la semplice lettura. E a volte, rileggendo qualche passo, scopro sfumature differenti, nuovi possibili messaggi che arrivano a me. Perché se è vero che il libro è del suo scrittore o scrittrice, è altrettanto vero che una volta donato al mondo diventa anche del lettore, che può ritrovarci la sua interpretazione anche sulla base di quanto letto o vissuto.
Questa mia lentezza, però, mi porta anche a chiedermi: avrò inteso bene? Non starò andando forse troppo oltre? Ed ecco che la Marta insicura prende il sopravvento, soprattutto davanti a letture evocative e fortemente simboliche come L'albero di ginepro, di Barbara Comyns.
Amo molto andare alla scoperta di voci femminili che non conosco o che non sono così note.
Negli ultimi anni, soprattutto grazie a realtà editoriali più piccine, sono riuscita a conoscere e approfondire diverse autrici che mi hanno colpito tantissimo, alcune delle quali hanno sicuramente conquistato un posto d'onore nel mio cuore di lettrice. Barbara Comyns, portata in Italia da Safarà Editore, mi attirava parecchio. Gotico, fiabe oscure, personaggi femminili che restano impressi: aveva tutte le carte in regola per piacermi e, in effetti, così è stato.
A dicembre ho deciso di iniziare con La ragazza che levita, una sorta di fiaba oscura che ci porta nel sud di Londra nell'età edoardiana, nei primi anni del Novecento. Protagonista è la giovane Alice Rowlands, diciassettenne, che ha vissuto tutta la sua vita negli orrori di una casa governata dalla crudeltà di un uomo: suo padre.