
Il mare è libertà, ma anche paura. Perché nei suoi abissi non sappiamo mai cosa possiamo trovare. Ed è così che entra in gioco il folklore, quel sistema di credenze che sono ancora lì, rimaste tra le pagine, o tra i ricordi, tra le voci, in un immaginario unico che continua ad affascinare ancora oggi.
E con questo pensiero mi sono addentrata tra le pagine di questo libro che mescola insieme fiabe, leggende, racconti, ma anche folklore e mitologia da diverse parti del mondo. Storie più conosciute e a noi affini, altre meno note e provenienti da realtà lontane, eppure con sfumature sorprendentemente simili.
I misteri del folklore. Mare, fiumi e laghi è il secondo volume scritto da Jacopo Silvestre con le meravigliose illustrazioni di Marga Biazzi, in arte Blackbanshee. Dopo averci trasportato tra boschi e foreste, ora ci conducono tra i misteri degli abissi.
Il 25 Aprile è forse la festa che amo di più. Quella che mi ricorda di quanto coraggio abbiano avuto uomini e donne in un periodo storico terribile e l'importanza della liberazione dal Nazifascismo; e soprattutto è un monito a non fare passi indietro, come invece vedo che accade davanti a un popolo cieco e ignorante.
Ecco perché ogni anno cerco di fare letture a tema. Per questa occasione mi sono concentrata in particolar modo su un interessante saggio dedicato ad alcune donne intellettuali, scrittrici ma non solo, le cui voci sono state raccolte mettendo in luce il loro contributo alla Resistenza, non solo attraverso la letteratura, ma anche direttamente sul campo.
Non siamo davanti a un saggio storico puramente analitico, ma Rossana Dedola cerca di riprendere il lavoro di queste donne, mettendo in luce il loro particolare punto di vista, di chi ha vissuto quei momenti sulla propria pelle, narrando una storia sia individuale che collettiva.
In Il coraggio di essere libere. Scrittrici contro il fascismo Dedola sceglie di soffermarsi sulle autrici che hanno dedicato l'intera vita alla letteratura e alla scrittura. Dai nomi più noti, come Natalia Ginzburg, Elsa Morante e Lalla Romano, ad altre che solo recentemente stanno ritrovando il loro spazio nel panorama editoriale dopo anni di oblio: Elsa De Giorgi, Joyce Lussu, Fausta Cialente e Alba de Céspedes.
Il confine non è sempre e solo uno spazio geografico, ma anche una cicatrice interiore.
Forse crescere in una patria ben definita dove non ci sono guerre e dove, nonostante tutto, continuiamo ad avere la piena di libertà di muoverci ed essere noi stessi, non ci aiuta a comprendere appieno la narrazione di chi, invece, ha vissuto la sua vita in zone dove non si è avuto un attimo di pace, in cui la propria identità è stata spezzata.
Ecco, io non credo di poter capire del tutto, ma posso ascoltare. Smetterla di essere cieca al rosso del sangue, e imparare a vedere oltre, a ricevere la voce delle tombe, custodirla e diffonderla.
Aliyeh Ataei è nata in Iran, ma è figlia di rifugiati afghani fuggiti dopo l'invasione sovietica dell'Afghanistan. Hanno vissuto proprio al confine tra i due stati, nel Khorasan meridionale, in una condizione di perenne labilità. Con parenti sparsi ai due lati del confine e il vento della Storia che cambia continuamente gli attori sulla scena geopolitica è difficile riuscire a comprendere quale sia la propria identità. In quello spazio che è una sorta di non-luogo, ci si sente sempre un'estranea, una migrante, una rifugiata. Qual è la tua patria? Chi sei veramente?
Dopo L'affare del Danso e altri cunti, Raffaello di Mauro ci trasporta ancora una volta nella Sicilia tra la fine degli anni Trenta e il secondo dopoguerra. Se da un lato ritroviamo volti già noti, dall'altro lato l'autore ci permette di conoscere una figura femminile destinata a restare impressa nel cuore del lettore: Angiola Lorusso.
Angiola è il fulcro emotivo di Quattroventi, un nuovo cunto che ci permette di scoprire una vita segnata da troppe perdite e violenze, ma anche la forza di una donna e la sua compassione per gli abitanti di Piedimonte Etneo, teatro delle vicende narrate.
Di Mauro ce ne dà subito una descrizione magnetica, una donna che sembra essere al confine tra i due mondi, che riesce a scorgere oltre la semplice realtà, forse perché segnata da un dolore troppo difficile da sostenere.
A volte provo una sorta di senso di colpa nel metterci così tanto a leggere e analizzare un libro. Però sono una di quelle persone che ha bisogno di tempo per rifletterci su e trovare le mie parole, allontanandomi un po' da una fredda narrazione di un testo. Mi piace metterci del mio, piccoli frammenti di questa lettrice che vuole andare oltre la semplice lettura. E a volte, rileggendo qualche passo, scopro sfumature differenti, nuovi possibili messaggi che arrivano a me. Perché se è vero che il libro è del suo scrittore o scrittrice, è altrettanto vero che una volta donato al mondo diventa anche del lettore, che può ritrovarci la sua interpretazione anche sulla base di quanto letto o vissuto.
Questa mia lentezza, però, mi porta anche a chiedermi: avrò inteso bene? Non starò andando forse troppo oltre? Ed ecco che la Marta insicura prende il sopravvento, soprattutto davanti a letture evocative e fortemente simboliche come L'albero di ginepro, di Barbara Comyns.
Quando esce un nuovo libro di Martina, io so già che voglio leggerlo e che proverò emozioni molto forti. E così è stato, anche questa volta. Ho la fortuna di aver creato un bel rapporto con lei, una reciproca stima, e non esagero nel dire che lei è una di quelle bellissime persone che mi spingono ad andare avanti con la mia pagina instagram, anche quando a volte vorrei fermarmi. Martina Tozzi ha il dono della scrittura ed io spero di arricchire la mia libreria con tanti altri suoi libri, perché è una penna contemporanea che merita tutta l'attenzione possibile.
Quando mi ha chiesto se volessi leggere il suo nuovo libro, un sentito e commovente omaggio alla vita di Virginia Woolf, non ho potuto dire di no. In questo caso non sono una vera esperta della penna di questa grande autrice inglese, ma come sempre dopo aver letto questa biografia romanzata mi è venuta una gran voglia di recuperare altri suoi libri, di approfondire il più possibile il suo estro creativo.
Ci ho messo del tempo a leggere questo libro. Ne sto impiegando altro per scriverne. Non solo perché è un bel saggio di più di 700 pagine, ma proprio per la densità degli argomenti trattati. Mi chiedo spesso: come potrei scriverne? Come potrei riassumere cinquecento anni di storia nativa in un articolo per un blog? Difficile, sicuramente. Ma è uno di quei testi di fondamentale importanza, a mio avviso, per guardare il mondo con occhi diversi, più veri, più giusti.
Sappiamo tutti cosa ha comportato la scoperta dell'America, eppure quel viaggio di Cristoforo Colombo è ancora visto quasi come qualcosa di bello, forse. Una scoperta di incredibile valore. Mentre scrivo risuona nelle mie orecchie la sigla di un cartone animato a lui dedicato che guardavo da bambina, e mi accorgo di quanto la narrazione sia sempre stata di parte, escludendo i popoli nativi di quella terra, relegandoli ai margini, o facendone un'immagine ambigua. Da un lato esseri invisibili o passivi, dall'altro selvaggi spietati contro i bravi bianchi esportatori di civiltà. Ma la realtà, come sempre, è molto più complessa.
Leggere libri come questo apre veramente la strada a un processo non facile di certo, ma che tutti dovremmo iniziare a fare per vivere in un mondo migliore: decolonizzare lo sguardo, smettere di guardare il passato e il presente con un'unica lente che ci è stata data, andare in profondità.
Ne La riscoperta dell'America Ned Blackhawk cerca di riorientare il percorso storico degli Stati Uniti includendo finalmente i veri custodi di questa terra: i popoli nativi. È un saggio che copre cinquecento anni di storia e si basa sul lavoro di molti altri studiosi. Con questo suo testo vuole andare a ricomporre diversi filoni della storia degli Stati Uniti e dei nativi americani, cercando una connessione evidente.
Se state leggendo queste righe, ebbene significa che sono morto. Oppure, molto più verosimilmente, che ho smarrito i miei diari in chissà quale angolo d'Europa. Qualora foste intenzionati a curiosare nei miei scritti, procedete a vostro rischio e pericolo. Sfogliateli per scopi meschini e queste pagine non esiteranno a incendiarsi tra le vostre mani.
Questo taccuino è arrivato tra le mie mani in modo, forse, inatteso. Sfioro la copertina in pelle con delicatezza. Mi guardo intorno e mi domando per qualche istante se addentrarmi tra queste righe o desistere. Ma sono una persona troppo curiosa e inizio a sfogliarlo.
C'è subito un avvertimento che può inquietare. Eppure io non ho mai avuto scopi meschini e ormai la fiammella si è accesa. Devo andare avanti e poi deciderò che fare. Ho quasi la sensazione di trasgredire un patto, di diventare una complice consapevole di segreti. Un po' come quando leggi le pagine di un diario di un qualche scrittore e ti senti scossa da una duplice sensazione: una curiosità forse morbosa e, al tempo stesso, un senso di colpa perché stai avendo accesso a un mondo non tuo.
La narrativa gotica non smette di affascinarmi. È un genere che mi appassiona sempre e di cui voglio continuare a leggere ogni sfumatura. Inoltre, come ho sempre detto, soprattutto negli ultimi anni ci tengo moltissimo a conoscere altre penne femminili di cui sappiamo poco o anche niente. Perché la letteratura non è fatta solo di grandi nomi; anche tra quelli più sconosciuti si possono trovare tesori preziosi capaci di emozionare o donare una buona dose di brividi. A questi miei due interessi risponde benissimo una casa editrice che amo particolarmente e che vedrete spesso in questo mio blog: ABEditore, una realtà editoriale indipendente che si occupa proprio di promuovere questo genere, soprattutto attraverso racconti, ma non solo. Sono diversi i romanzi che possiamo trovare e che meritano davvero attenzione.
L'ultimo libro che ho letto è stata una raccolta di racconti di sette scrittrici irlandesi: Darkly Fantastic. Racconti perturbanti di sette autrici irlandesi. Se di alcune avevo già letto qualcosa, altre sono state per me una novità molto apprezzata.
Mentre leggevo le pagine di Marthe, storia di una prostituta pensavo a uno dei film/musical che amo di più: Moulin Rouge. Certo, il collegamento può apparire superficiale o non propriamente adeguato, ma come ambientazione e alcuni temi me lo ha ricordato. Poi la Letteratura è sicuramente un'altra cosa e anche la storia è molto diversa, più sordida, decisamente meno romantica del film, dove il lettore squattrinato s'innamora davvero della prostituta, e non solo di una figura idealizzata come Marthe è per Léon.
Ma lasciamo da parte il musical e addentriamoci nel testo. Marthe, storia di una prostituta è il primo romanzo scritto da Joris-Karl Huysmans. L'autore, per non rischiare di andare incontro a censure o arresti, viste le tematiche trattate, decise di pubblicarlo nel 1876 a Bruxelles per poi affidare parte della tiratura a un libraio parigino specializzato nel contrabbando di libri proibiti. Inserì anche un esergo nel tentativo di ammansire la censura con un estratto del romanzo che potesse sembrare moralizzante.