
Nel corso della Storia le donne sono sempre state poste ai margini, oscurate, dimenticate. Ciò è avvenuto in molti campi artistici, culturali e scientifici. Ma anche in quello dei libri.
Se nel mondo dell'arte le lettrici dominano la scena - basti pensare che la prima rappresentazione di una donna che legge risale agli albori della cristianità, ossia la Madonna che legge dipinta da numerosi artisti - è sempre stata riservata, soprattutto in Italia, una scarsa attenzione critica alle donne realmente vissute e note per il loro particolare amore per i libri. Forse anche perché per un certo immaginario maschile le donne che leggono sono pericolose e fanno paura: la lettura, infatti, rende liberi, permette di pensare e ampliare lo sguardo, e non essere così più sottomesse a un certo ordine prestabilito che le vede spose e madri, dedite solo alla cura della casa e della famiglia.
Massimo Gatta nel suo Breve storia della bibliofilia femminile ci conduce in un affascinante viaggio dal XIV secolo ad oggi, facendo riaffiorare dall'oblio molti nomi di donne bibliofile, tra monache e regine, aristocratiche, bibliotecarie ed editrici.
Negli ultimi anni mi sono accorta di avere un forte desiderio di scoprire penne poco note - almeno in Italia -, ma che sanno regalare spesso moltissime emozioni. Mi è successo con Ethel Mannin, a cui Agenzia Alcatraz ha dedicato anche una vera e propria collana, ed è accaduto anche con Marjorie Bowen e il suo Magia Nera, romanzo pubblicato di recente da ABEditore. Quando ho visto questo libro, ho subito pensato che potesse essere in linea con ciò che cerco in una lettura, e così è stato. Sia Mannin sia Bowen sono autrici inglesi che hanno scritto tantissimi libri, ma di cui si sente davvero parlare poco. Ed è un peccato, perché la loro scrittura, a mio avviso, è davvero meritevole di attenzione.
Ma oggi mi dedico alla Bowen, e ringrazio infinitamente di cuore Antonella e Lorenzo per avermi fatto dono di questo bellissimo libro.
Ci sono libri che sono molto distanti da quello che mi piace leggere, eppure, in qualche modo sortiscono in me una sorta di attrazione o, perlomeno, la volontà di provare ad andare oltre la zona di comfort per mettermi in gioco. Quando Davide Staffiero mi ha proposto il suo ultimo lavoro ero un po' titubante: sarebbe stata davvero una lettura adatta a me? Mi incuriosiva, però, soprattutto per due elementi: un protagonista ben lontano dalla perfezione che ormai troviamo quasi in ogni libro, e una società segreta che non mi sembra poi così distante dalla nostra, sempre più orribile, realtà. Da quando ho iniziato ad aprire gli occhi sul mondo, inizio davvero a credere che certe cose siano veramente mosse da vecchi stronzi che giocano con le vite umane.
Quindi ho accettato e alla fine l'ho trovata una lettura che è riuscita a intrattenermi bene, e non sono mancate le risate, nonostante i temi non siano poi così belli. Oggi, vi presento Loggia K., un romanzo tra distopico e pulp, con un protagonista sicuramente - almeno per me - originale e sopra le righe.
La ferita è il punto da cui la luce entra in te.
- Rumi
Il dolore può bloccarci, ma spesso può offrirci una nuova opportunità. Anche in mezzo alle macerie di un cuore ferito, o di un corpo che soffre, si può scorgere una luce.
Così è accaduto a Parnian Kasae che, dopo una perdita dolorosa, cerca di dare lo stesso un senso alla sua vita e vola in Italia per studiare e qui, da sola, dovrà imparare a crescere. Figlia strappata dalle braccia della madre, la sua terra, la sua patria: l'Iran.
E, quando il suo corpo dolorante la costringe a fermarsi, trova rifugio nell'arte o nelle parole, che la spingono a riaprire la scatola nera dei ricordi dalla quale emergono fiori e profumi di una vita che fu. Ed è così che nasce questo romanzo autobiografico, che ci trascina nell'Iran della rivoluzione, fino ad arrivare ai nostri giorni. Tra Italia, Malesia e Iran, dove Parnian fa sempre ritorno, lì dove le radici sono ben radicate, anche se è ormai diventata cittadina del mondo.
Oltre i ciliegi in fiore. Breve storia del manga shōjo è un breve saggio scritto a quattro mani da Greta Bienati e Valentina Salerno che ci porta nel lontano oriente, per conoscere quella che è un tipo di narrazione rivolta a un pubblico femminile dall'età scolare alla maggiore età. Un libro ricco non solo di storia e grandi nomi, ma anche di aneddoti e curiosità, e tante immagini per comprendere meglio il mutamento dello stile degli artisti che pian piano, dall'inizio del Novecento a oggi, hanno donato la loro visione di tale tematica.
Non si tratta di un saggio esaustivo, come ammettono le due autrici nell'introduzione, ma è comunque a mio avviso un validissimo volume per iniziare a conoscere un po' la storia del manga giapponese, e spingerci magari poi ad approfondire meglio o andare a conoscere il mangaka di cui più ci interessa conoscere il lavoro.
Un albero spoglio giace sulla spiaggia della Piana di Cannavee, nella Repubblica d'Irlanda. Un albero enorme le cui radici sono state recise quasi fino al tronco. Trasportato dalle maree che regolano il mondo, è stato trovato da due ragazzini dai capelli rossi, dopo una tempesta. Non riescono a comprendere di che tipologia si tratta, ma da quel momento in poi, per quell'estate che li vedrà affrontare quel difficile percorso dall'infanzia alla comprensione della complessità e della brutalità del mondo adulto, sarà il loro rifugio, un simbolo di libertà, un luogo dove dar vita alla loro immaginazione.
Il nuovo libro pubblicato da Aboca Edizioni per la collana Il Bosco degli Scrittori ci trasporta quindi nella verde terra irlandese, portandoci a conoscere l'estate di due bambini del sud, che si trovano però a scontrarsi con la dura realtà del nord. Quella questione risuona anche lì non solo tramite le notizie in tv o al lavoro del loro padre giornalista, ma anche con l'arrivo di una bambina, Monica, una rifugiata proveniente proprio da quel nord dove gli scontri tra cattolici e protestanti si fanno sempre più aspri, più cruenti. Una figura che va a spezzare un po' quella che sembra una vita spensierata e felice. Ma che in verità mostra anche lì delle ombre.
L'albero della libertà di William Wall è una lettura che ci permette di guardare il mondo con lo sguardo ingenuo dell'infanzia, ma contrastato da notizie di cronaca riprese direttamente dall'Irish Time della fine degli anni '60.
Che immagini o sensazioni vi evoca un faro?
Quando penso già solo alla parola faro, la lego a una luce nell'oscurità, a una sorta di speranza che si accende nei momenti più bui dell'esistenza. Mi viene in mente questa struttura solitaria, ma resistente. Un guardiano silenzioso a cui approdare, o nel quale rifugiarsi. Mi provoca anche una sorta di malinconia, un luogo che può riportare a ricordi del passato.
Quando mi è stato proposto questo libro, si è accesa subito una grande curiosità. In Tormentati amori e fari in capo al mondo, Max Giovagnoli ci dona una raccolta di racconti che è il risultato di venti anni di cacce e di ricerca sui fari più curiosi al mondo.
Quali profonde cicatrici può lasciare la guerra non solo su chi l'ha vissuta in prima persona, ma anche sulle generazioni future? E la vendetta può essere davvero una soluzione al male subito?
Siamo nella Taiwan del 1975 e protagonista è il giovane diciassettenne Ye Qiu Sheng. In quell'anno due morti sembrano colpirlo profondamente: da un lato quella del Generalissimo Chiang Kai-Shek leader del Partito Nazionalista, dall'altro, a segnarlo con ancora più gravità, e una mancanza molto più personale, quella del suo amato nonno Ye Zu Lin. Un uomo difficile, burbero, non apprezzato da tutta la comunità o dalla famiglia stessa, ma dal quale il giovane Ye Qiu si sentiva ascoltato. A trovare il suo corpo, che presenta tutti i segni di una vendetta, è proprio il nipote, la cui vita fino a quel momento piuttosto lineare e tranquilla, cambierà drasticamente. In lui, infatti, s'insinua la volontà di voler indagare sulle cause che hanno portato a quel terribile omicidio.
Chris Hedges giornalista, scrittore, Premio Pulitzer ed ex corrispondente di guerra statunitense specializzato in politica e società del Medio Oriente, in questo suo toccante e pungente reportage denuncia senza compromessi i crimini perpetrati da Israele nei confronti dei Palestinesi. Ma non solo, analizzando la Storia di quella terra, e mettendo a confronto i vari genocidi del passato con l'attuale che sta avvenendo a Gaza, cerca di far riflettere anche noi lettori, noi che facciamo parte di questo mondo Occidentale così tristemente complice. Il materiale di Un genocidio annunciato. Storie di sopravvivenza e resistenza nella Palestina occupata è tratto principalmente dai testi e dalle puntate del suo podcast The Chris Hedges Report, attraverso il quale cerca di fare luce sulla lotta dei palestinesi e sul conflitto ultradecennale con lo stato apartheid di Israele.
Ho letto il primo libro della trilogia fantascientifica scritta da Maurizio Cometto lo scorso anno e mi era piaciuto moltissimo. Ne Le leggi dell'ordine etico ci aveva trasportato in un'Italia del prossimo futuro divisa dal resto del mondo da una Grande Muraglia che impediva anche agli stranieri di entrare. Era una realtà chiusa, gestista da regole ben precise, e costantemente sotto il controllo degli Armati e del Comitato di Salute Pubblica. Gli italiani erano così quasi ridotti a macchine prive di empatia, impossibilitati a socializzare con gli altri, condividendo esperienze, sogni e ricordi. Fino a quando non si diffonde una droga e allo stesso tempo un social, Emphaty, che forse può mutare le cose. Anche se... poi la realtà si dimostra essere ben diversa.