
Quali profonde cicatrici può lasciare la guerra non solo su chi l'ha vissuta in prima persona, ma anche sulle generazioni future? E la vendetta può essere davvero una soluzione al male subito?
Siamo nella Taiwan del 1975 e protagonista è il giovane diciassettenne Ye Qiu Sheng. In quell'anno due morti sembrano colpirlo profondamente: da un lato quella del Generalissimo Chiang Kai-Shek leader del Partito Nazionalista, dall'altro, a segnarlo con ancora più gravità, e una mancanza molto più personale, quella del suo amato nonno Ye Zu Lin. Un uomo difficile, burbero, non apprezzato da tutta la comunità o dalla famiglia stessa, ma dal quale il giovane Ye Qiu si sentiva ascoltato. A trovare il suo corpo, che presenta tutti i segni di una vendetta, è proprio il nipote, la cui vita fino a quel momento piuttosto lineare e tranquilla, cambierà drasticamente. In lui, infatti, s'insinua la volontà di voler indagare sulle cause che hanno portato a quel terribile omicidio.
Chris Hedges giornalista, scrittore, Premio Pulitzer ed ex corrispondente di guerra statunitense specializzato in politica e società del Medio Oriente, in questo suo toccante e pungente reportage denuncia senza compromessi i crimini perpetrati da Israele nei confronti dei Palestinesi. Ma non solo, analizzando la Storia di quella terra, e mettendo a confronto i vari genocidi del passato con l'attuale che sta avvenendo a Gaza, cerca di far riflettere anche noi lettori, noi che facciamo parte di questo mondo Occidentale così tristemente complice. Il materiale di Un genocidio annunciato. Storie di sopravvivenza e resistenza nella Palestina occupata è tratto principalmente dai testi e dalle puntate del suo podcast The Chris Hedges Report, attraverso il quale cerca di fare luce sulla lotta dei palestinesi e sul conflitto ultradecennale con lo stato apartheid di Israele.
Ho letto il primo libro della trilogia fantascientifica scritta da Maurizio Cometto lo scorso anno e mi era piaciuto moltissimo. Ne Le leggi dell'ordine etico ci aveva trasportato in un'Italia del prossimo futuro divisa dal resto del mondo da una Grande Muraglia che impediva anche agli stranieri di entrare. Era una realtà chiusa, gestista da regole ben precise, e costantemente sotto il controllo degli Armati e del Comitato di Salute Pubblica. Gli italiani erano così quasi ridotti a macchine prive di empatia, impossibilitati a socializzare con gli altri, condividendo esperienze, sogni e ricordi. Fino a quando non si diffonde una droga e allo stesso tempo un social, Emphaty, che forse può mutare le cose. Anche se... poi la realtà si dimostra essere ben diversa.
Ci sono libri che devono essere letti, senza se e senza ma. Soprattutto davanti a un genocidio.
Ci sono voci che devono essere ascoltate, perché solo così le cose si possono capire. Bisogna squarciare il velo, andare oltre il muro eretto da una propaganda che vuole disumanizzare un popolo, o che racconta una guerra, o meglio, uno sterminio solo sulla base di numeri.
Ecco perché io vi invito davvero con tutto il cuore a prendere questo libro tra le mani, e leggere quelle che sono le voci dei giovani di Gaza. Andate subito nelle vostre librerie di fiducia e prendete Non siamo numeri. Le voci dei giovani di Gaza, volume a cura di Ahmed Alnaouq e Pam Bailey, con la prefazione di Cecilia Strada, pubblicato da Nutrimenti.
Da qualche giorno ho concluso una raccolta di racconti che mi è stata gentilmente inviata dalla casa editrice emuse, per cui ringrazio con tutto il cuore Grazia. Si tratta di Le ferite ci raccontano, di Ziad Khaddash, scrittore palestinese che attualmente vive nel campo profughi di Jalazone, nei pressi di Ramallah. Questo è il suo primo libro tradotto in italiano, a cura di Enrica Fei.
Il 15 maggio si ricorda la Nakba, la “catastrofe”, a seguito della nascita dello stato di Israele sorto sulle rovine delle vite palestinesi.
Nel 1948, infatti, oltre 700 mila persone furono cacciate dalle loro case, dalla loro terra, in un processo di colonialismo e pulizia etnica che è ancora in corso, con la creazione anche di un regime di apartheid che va limitare i diritti e le libertà dei palestinesi, perennemente sotto il controllo, l'oppressione e la violenza degli israeliani.
Nel corso degli ultimi due anni sto cercando di approfondire questo tema e vi invito a farlo anche voi. Conoscere, permette di capire. Di smetterla di credere alle bugie promosse dalla propaganda israeliana - trasmessa anche in Italia con la complicità di molti giornalisti televisivi e non -, e riuscire a conservare forse un briciolo della vostra umanità.
Oltre a saggi e romanzi di cui vi ho già parlato, mi sono concentrata sulla lettura di una raccolta di racconti di fantascienza scritti da diversi autori e autrici palestinesi che sono chiamati a rispondere a una domanda: Come immagini il tuo Paese a cento anni dalla Nakba?
Torniamo a parlare di ritornanti, perché la realtà lì fuori ultimamente fa molta più paura di uno zombie pronto a mangiare il tuo cervello. No?
Filippo Santaniello mi ha dato l'opportunità di leggere anche il terzo capitolo di Country Zombie Apocalypse, questa serie di racconti incentrati su Al, un giovane ragazzo dei colli umbri, e di come insieme ai suoi nonni e a Resident Ivo si sono ritrovati a combattere contro il ritorno dalla morte di molti paesani. Ma questo morbo - causato dal vaccino usato per contrastare il virus che ha colpito tutta l'Italia e in verità il mondo intero - non è arrivato solo lì, ma in ogni parte della penisola. E, in effetti, incontreremo subito un nuovo personaggio: Lando Nisticò, un trentenne calabrese che è rimasto bloccato a Milano durante il lockdown.
I principi dello stagno Finn è il primo romanzo di Lars Elling, autore, illustratore e pittore norvegese che, dopo aver lavorato a lungo nel campo dell'arte, debutta per la prima volta anche in quello letterario, ottenendo un folgorante successo in patria. A noi arriva grazie alla casa editrice 21Lettere, ed esce proprio oggi in tutte le librerie (ringrazio di cuore Valentina per avermi dato l'opportunità di leggerlo in anteprima).
Quando ho visto questo libro, mi sono sentita subito attratta. È ormai chiaro che, accanto ai mondi di finzione, ho bisogno di avere uno sguardo costante sul presente. Perché ora che quel velo è stato sollevato, voglio continuare a conoscere la verità su molti contesti. Anche se turba e fa profondamente male.
Sospesa. Una vita nella trappola dell’Europa è un reportage di Mariangela Paone, una reporter specializzata in informazione internazionale. In queste pagine ha scelto di raccontare la storia di Rezwana Sekandari, una giovane donna afghana che ha perso tutta la sua famiglia nel terribile naufragio del 28 ottobre 2015 nei pressi dell'isola di Lesbo quando aveva solo tredici anni. Attraverso una serie di fili invisibili, persone che erano lì quel giorno o che hanno conosciuto e aiutato Rezwana, l'autrice non si limita a narrare la sua vita precedente e attuale e la terribile esperienza, ma invita anche a riflettere sul limbo emotivo di coloro che non possono neanche piangere sulla tomba dei familiari dispersi in mare; e sul limbo burocratico causato da assurde leggi sul diritto d'asilo in Europa.
Un libro importante, bellissimo e fondamentale, soprattutto oggi che il mondo sta scivolando sempre più in un baratro senza fine.
Ci sono libri che ti attraggono con forza, anche se ti hanno avvertito che potrebbero essere una lettura complessa. Con i miei amici di carta mi piace mettermi un po' in gioco, andando a scoprire sempre qualcosa di diverso, d'inconsueto, di nuovo. Quando le ragazze di Safarà mi hanno proposto Il fazzoletto della figlia di Pipino, di Rosmarie Waldrop ne sono rimasta particolarmente colpita (e le ringrazio di cuore per aver pensato a me e avermi dato fiducia; è stata una bellissima sorpresa).