
Ci ho messo del tempo a leggere questo libro. Ne sto impiegando altro per scriverne. Non solo perché è un bel saggio di più di 700 pagine, ma proprio per la densità degli argomenti trattati. Mi chiedo spesso: come potrei scriverne? Come potrei riassumere cinquecento anni di storia nativa in un articolo per un blog? Difficile, sicuramente. Ma è uno di quei testi di fondamentale importanza, a mio avviso, per guardare il mondo con occhi diversi, più veri, più giusti.
Sappiamo tutti cosa ha comportato la scoperta dell'America, eppure quel viaggio di Cristoforo Colombo è ancora visto quasi come qualcosa di bello, forse. Una scoperta di incredibile valore. Mentre scrivo risuona nelle mie orecchie la sigla di un cartone animato a lui dedicato che guardavo da bambina, e mi accorgo di quanto la narrazione sia sempre stata di parte, escludendo i popoli nativi di quella terra, relegandoli ai margini, o facendone un'immagine ambigua. Da un lato esseri invisibili o passivi, dall'altro selvaggi spietati contro i bravi bianchi esportatori di civiltà. Ma la realtà, come sempre, è molto più complessa.
Leggere libri come questo apre veramente la strada a un processo non facile di certo, ma che tutti dovremmo iniziare a fare per vivere in un mondo migliore: decolonizzare lo sguardo, smettere di guardare il passato e il presente con un'unica lente che ci è stata data, andare in profondità.
Ne La riscoperta dell'America Ned Blackhawk cerca di riorientare il percorso storico degli Stati Uniti includendo finalmente i veri custodi di questa terra: i popoli nativi. È un saggio che copre cinquecento anni di storia e si basa sul lavoro di molti altri studiosi. Con questo suo testo vuole andare a ricomporre diversi filoni della storia degli Stati Uniti e dei nativi americani, cercando una connessione evidente.