Bernardo Atxaga era, per me, un nome del tutto nuovo. Non sapevo nulla di lui, né della sua scrittura. Eppure, quando Valentina mi ha proposto l'ultimo libro che hanno pubblicato per 21Lettere, ne sono rimasta subito attratta. Forse perché i libri che s'interrogano sulla vita e sulla morte esercitano sempre un certo fascino su di me, ed ero molto curiosa di scoprire come l'autore avesse scelto di raccontare questo tema. Inoltre sono sempre aperta alla conoscenza di nuovi autori e autrici. Credo che la curiosità sia il motore più bello nella lettura. Esplorare, scoprire, addentrarci in sentieri spesso distanti dall'ordinario, dal noto, dal conosciuto, ci permette di incontrare mondi e scritture che lasciano il segno.
“Dall'altra parte” è una raccolta di quattro racconti in cui la vita e la morte sono rappresentate come due facce della stessa medaglia. Ma è il modo in cui sono narrati a rendere la lettura molto interessante e, sicuramente, insolita. Spesso la voce e lo sguardo sono quelli di animali che sono chiamati da una voce interiore a osservare con la propria sensibilità - anche in modo distaccato - il mondo umano, a far emergere tutto quello che accade o, forse, anche a svelare eventuali crimini. In altri racconti, invece, tutto è affidato al sogno o all'allucinazione: quindi siamo un po' sospesi sulla soglia, su quel confine tra mondo reale e l'altrove che ti lascia addosso anche una serie di domande.
C'è una voce che viene da dentro di noi, dissero poi gli altri uccelli. È una voce diversa da tutte le altre e ha potere su di noi.

Di solito sono una lettrice che preferisce leggere una narrazione chiara, non ambigua, capace di lasciare risposte più che domande. Nel corso degli anni, però, mi sono messa alla prova con testi più obliqui, che forse possono spiazzarti un po' e lasciare dubbi e incertezze, ma anche donarti riflessioni che continuano a muoversi dentro diversi giorni dopo aver voltato l'ultima pagina. Devo dire che questi racconti mi sono piaciuti molto. La scrittura di Atxaga è asciutta ed essenziale, ma è aperta anche a momenti più lirici - del resto è anche un poeta -, ma allo stesso tempo è capace di trasmettere un forte senso di straniamento unito a una sottile malinconia.
Tra queste pagine, che si muovono tra mondo razionale e irrazionale, tra sogno e psiche alterata, e attraverso lo sguardo del mondo naturale e animale, possiamo davvero riflettere sui concetti di vita e morte e sulle emozioni comuni che attraversano l'esperienza umana. Dalla diversità che viene sempre emarginata, anziché essere compresa e in certi casi accolta e aiutata; dal dolore per una morte ingiusta, avvenuta troppo presto; a quel senso di isolamento che ci fa sentire fuori posto nel mondo; fino ad arrivare ai concetti di giustizia e vendetta che rischiano di confondersi con troppa facilità.
Proprio attraverso l'uso di questi filtri (il sogno, l'LSD, il punto di vista spostato dalla parte degli animali) sembra che l'autore non voglia cercare una commozione facile. Così può capitare di ritrovarsi a sorridere in dei momenti davanti a episodi o dialoghi molto bizzarri, che però non sminuiscono la profondità emotiva dei racconti, lasciando aperte molte riflessioni nel lettore.
Dall'altra parte quindi non è più un semplice luogo, un'aldilà generico, ma quasi uno spostamento di sguardi. Un cambio di prospettiva attraverso il quale Bernardo Atxaga forse tenta di spiegare un tema universale in cui tutti noi continuiamo sempre a interrogarci: quella soglia che può separare, ma al tempo stesso unire, la vita e la morte.
Due fratelli.
Nella cittadina di Obaba, due fratelli restano soli contro una società che sa dimostrarsi feroce. La storia è narrata da una serie di animali guidati da una sorta di voce interiore che li porta a seguire le vicende di Paulo e Daniel. Inizia tutto da un uccello inesperto che, in un giorno di inizio estate, risponde al richiamo e arriva presso la casa dei due fratelli. Qui, il padre, in punto di morte chiede a Paulo di avere cura di Daniel; un bambinone grande e grosso con la mente quasi vuota. Da alcuni etichettato come mostro, un pericolo per la società. A Paulo viene quindi affidata una pesante responsabilità che, forse, diventa un sacrificio troppo grande da sopportare, una sorta di prigione nella quale rischia di perdersi. Attraverso scoiattoli, stelle, serpenti e oche selvatiche, percorriamo la loro storia e quella del villaggio: teatro di amori, vendette, responsabilità e incomprensioni. Fino ad arrivare all'ultimo atto. Mentre lo leggevo mi sono ritrovata a pensare molto a Lennie e George del romanzo Uomini e Topi di John Steinbeck. Anche qui c'è una realtà dura in cui due ragazzi sono lasciati soli, anziché essere compresi e realmente aiutati. Ma la vita e la morte si respirano anche tra i vari animali, in questo coro di voci altre che osservano un mondo vicino e allo stesso tempo distante, e si trovano a vivere sulla propria pelle il semplice cerchio della vita. Una lettura malinconica, che tocca il cuore.
Abbi cura di Daniel, Paulo.
La morte di Andoni alla luce dell'LSD.
Inizialmente il racconto mi ha un po' disorientata, non capivo dove volesse andare. Ma poi diventa via via più chiaro. Ci ritroviamo, infatti, in una realtà alternativa... o meglio in un'alterazione della coscienza a causa dell'uso dell'LSD. Dapprima in un mondo lontano, ottocentomila anni fa, tra ominidi, mezzi-scimmia. Poi tutto cambia quando arriva un furgone bianco guidato da un professore in realtà morto, che porta il protagonista verso il suo paese natale. Nel sedile posteriore c'è un ragazzino, Andoni. Presto si comprende come questo viaggio sia un modo per rivivere la morte del figlio di un amico. Un ricordo che può ancora far male, anche se filtrato dalle crepe di una psiche alterata. Come si può reagire, in effetti, davanti alla morte di un ragazzino?
C'era qualcosa di peggio che soffrire in solitudine; farlo in pubblico, sotto lo sguardo della gente.
Conferenza sulla vita e sulla morte nel cimitero di Obaba-Ugarte.
Questa è la storia che mi ha più confusa, quella forse più assurda e bizzarra che mi ha lasciato addosso più domande. In una sera di primavera un corteo si muove alla volta di un cimitero. Qui, infatti, si terrà una misteriosa e delirante conferenza “sulla vita e sulla morte”, promossa da due individui alquanto particolari: il Dottor Mortimer e Parko. In verità sembrano promuovere un'attenzione in più sul concetto di morte, vista come una madre e anche come un qualcosa di più grande della vita, capace di rafforzare l'amore.
La morte, secondo loro, vince tutte le battaglie... tranne quella del racconto, non avendo una buona reputazione. A narrare i fatti è un uomo che sembra essere costantemente seguito da una figura senza volto, De Facto, che riesce a leggere anche i suoi pensieri. Un essere al confine tra la realtà e il mondo soprannaturale, che non si può vedere perché non ha sostanza, ma che sembra insinuare dubbi e incertezze.
L'aspetto curioso è che tornano alcuni personaggi dei precedenti racconti, come se Atxaga volesse unire tutto in un cerchio ben preciso.
Per tutto il tempo il narratore si chiede se stia vivendo un sogno, o stia morendo. E noi, con lui.
Andando oltre la confusione - che non so se sia dovuta a un mio limite di lettrice o a un intento ben preciso dell'autore - mi sono ritrovata a ragionare su come, in effetti, ci sia una profonda ipocrisia nel genere umano. Spesso in vita si fa fatica a donare amore, mentre quando si perde qualcuno, iniziano tutta quelle serie di frasi e necrologi atti a testimoniare tutte le cose belle del defunto, e la disperazione per la sua perdita. Sembra quasi che soltanto con la morte, si rafforzi l'amore. O forse è solo vuota ipocrisia. Ma questo resta un mio pensiero.
A cosa si deve l'amore? Alla vita forse? Assolutamente no! La vita lo affonda. La morte invece lo attira, lo rafforza, a volte lo fa persino risorgere. La morte è la cosa più grande, amici!
Un crimine cinematografico.
Nell'ultima narrazione ci spostiamo altrove, nel Rancho San Rafael Regional Park di Reno, in Nevada. Qui c'è di nuovo una voce, quella di un uomo, che richiama a sé la saggezza di un Gufo, chiedendogli di essere i suoi occhi per risolvere un crimine. Nelle ultime notti di luna piena sono stati ritrovati i corpi di animali crocifissi a testa in giù e privati della loro testa. Pian piano, il gufo aiuta a ricostruire il caso. Una storia che parla di perdita, di un dolore talmente forte da spingere alla follia e a un senso di vendetta tanto intenso, quanto assurdo. Come se prendendosela con il mondo esterno si potesse attenuare un dolore interno, un senso di colpa, forse? Mi ha colpito anche il modo di parlare del Gufo che è costantemente alla ricerca del vocabolo più giusto da dare per descrivere quello che accade. Un modo di soffermarsi, forse, sul vero senso delle parole, dei concetti... quasi a voler trovare ordine nel caos.
Il concetto di giustizia è nato da quello di vendetta. Se agivi in modo scorretto, gli dèi si vendicavano. A un certo punto, invece di dire gli dèi si sono vendicati, si cominciò a dire gli dèi hanno fatto giustizia.
Bernardo Atxaga, pseudonimo di Joseba Irazu Garmendia, è considerato il maggior scrittore basco vivente e ha vinto numerosi premi letterari. Questo è stato il mio primo approccio alla sua scrittura, ma la casa editrice 21lettere ha già pubblicato altri suoi romanzi, che ora sono molto curiosa di scoprire (Obabakoak e Il figlio del fisarmonicista). Se siete attratti da racconti forse un po' surreali, che giocano sulla linea del realismo magico e lasciano più domande che risposte, potrebbe essere la lettura adatta a voi.
Una piccola curiosità: sapevi che Luis Sepúlveda lo ha citato nel suo famoso romanzo Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare? Tra queste pagine, infatti, possiamo trovare un frammento della sua poesia intitolata I gabbiani!






