La riscoperta dell'America, di Ned Blackhawk

31 mar 2026

Libri

Ci ho messo del tempo a leggere questo libro. Ne sto impiegando altro per scriverne. Non solo perché è un bel saggio di più di 700 pagine, ma proprio per la densità degli argomenti trattati. Mi chiedo spesso: come potrei scriverne? Come potrei riassumere cinquecento anni di storia nativa in un articolo per un blog? Difficile, sicuramente. Ma è uno di quei testi di fondamentale importanza, a mio avviso, per guardare il mondo con occhi diversi, più veri, più giusti.

Sappiamo tutti cosa ha comportato la scoperta dell'America, eppure quel viaggio di Cristoforo Colombo è ancora visto quasi come qualcosa di bello, forse. Una scoperta di incredibile valore. Mentre scrivo risuona nelle mie orecchie la sigla di un cartone animato a lui dedicato che guardavo da bambina, e mi accorgo di quanto la narrazione sia sempre stata di parte, escludendo i popoli nativi di quella terra, relegandoli ai margini, o facendone un'immagine ambigua. Da un lato esseri invisibili o passivi, dall'altro selvaggi spietati contro i bravi bianchi esportatori di civiltà. Ma la realtà, come sempre, è molto più complessa.

Leggere libri come questo apre veramente la strada a un processo non facile di certo, ma che tutti dovremmo iniziare a fare per vivere in un mondo migliore: decolonizzare lo sguardo, smettere di guardare il passato e il presente con un'unica lente che ci è stata data, andare in profondità. 

Ne La riscoperta dell'America Ned Blackhawk cerca di riorientare il percorso storico degli Stati Uniti includendo finalmente i veri custodi di questa terra: i popoli nativi. È un saggio che copre cinquecento anni di storia e si basa sul lavoro di molti altri studiosi. Con questo suo testo vuole andare a ricomporre diversi filoni della storia degli Stati Uniti e dei nativi americani, cercando una connessione evidente. 

Una nazione sorta sulle terre strappate ai popoli indigeni può davvero essere il più emblematico esempio di democrazia al mondo?


© una valigia ricca di sogni - marta.sognatrice



Ned Blackhawk è un membro della tribù Te-Moak degli Shoshoni del Nevada e insegnante di storia all'Università di Yale. Ha dedicato la sua vita allo studio dei popoli nativi americani e con questo libro ha vinto il National Book Award for Non-fiction nel 2023 e il Mark Lynton History Prize nel 2024.

L'assenza dei nativi ha caratterizzato per troppo tempo l'analisi della storia americana. Si è scelto sempre di focalizzarsi sulla scoperta anziché sull'incontro e le conseguenti relazioni con i nativi. Protagonisti sono sempre stati gli esploratori europei e i coloni, mentre gli indiani restano invisibili o compaiono come soggetti ostili o passivi in attesa di essere scoperti e dominati. Ed ecco perché,  basandosi anche su molti altri studi accademici e su una rilevante bibliografia, Blackhawk ha tentato di spostare l'attenzione alla storia dei nativi, proponendo una narrazione più inclusiva.

I popoli nativi, infatti, sono stati determinanti per le economie, gli insediamenti e le politiche coloniali, e al tempo stesso ne sono stati plasmati. Non sono rimasti davvero passivi. Molti hanno lottato, altri si sono alleati con gli europei creando veri e propri scambi commerciali, e in molti casi questa poteva essere l'occasione giusta per cercare di vincere su altri tribù rivali. 

Il libro è strutturato in due parti. 
 

Nella prima parte, Indiani e imperi, l'autore si sofferma sulla violenza nell'America dei primordi. Racconta i primi incontri e le origini degli insediamenti degli imperi europei: dagli spagnoli, agli inglesi, ma anche olandesi e francesi nel Nord America tra il XVI e il XVII secolo, e mostra anche il ruolo cruciale dei popoli nativi negli equilibri di potere tra questi imperi, e il loro coinvolgimento nello scoppio della Rivoluzione americana. Crudeltà e violenze contro di loro caratterizzarono, infatti, i primi cinquanta anni di espansione imperiale spagnola: molti conquistadores, tra cui Colombo stesso, erano fervidi religiosi e ritenevano che tra i loro compiti rientrasse la diffusione del cristianesimo. I primi erano anche alla ricerca di fortuna e quindi non esitavano a usare la violenza per ottenerla. Anche i conquistatori inglesi furono spietati: quando i popoli indigeni non si sottomettevano, arrivavano ad attaccarli con ferocia, depredando e saccheggiando i loro villaggi, e bruciando le loro abitazioni. Moltissimi furono resi schiavi. E dove non arrivava la violenza dell'uomo, c'era la diffusione delle malattie a sterminare popoli diversi, veri abitanti di quel giardino americano.

Dei tre milioni di abitanti che popolavano Hispaniola al momento dell'arrivo di Colombo, nel 1493, cinquant'anni più tardi ne erano rimasti solo cinquecento. La conquista spagnola fu al tempo stesso un olocausto.


Questa sezione si conclude con la Costituzione del colonialismo, un ponte suggestivo verso la seconda parte, focalizzata sulle Lotte per la sovranità.

C'è qui un'analisi della democrazia statunitense, della formazione dell'identità razziale e della rimozione degli indiani attraverso una lente comparativa e relazionale, e mettendo in evidenza come i rapporti con gli indiani avessero un'importanza fondamentale nell'amministrazione politica degli Stati Uniti alla loro origine. Blackhawk analizza anche l'Era delle riserve e il progetto sistematico di assimilazione forzata e dedica particolare attenzione al tema dei Bambini rubati. Oltre 75 mila bambini furono  strappati alle loro famiglie e trasferiti in collegi finanziati dal governo federale, come la Carlisle Indian Industrial School fondata dal capitano dell'esercito degli Stati Uniti, Richard Henry Pratt. Quest'ultimo è anche noto per la frase “uccidere l'indiano e salvare l'uomo”.

Contemporaneamente, quasi 100 milioni di acri di terre delle riserve furono ulteriormente espropriati. Una vera e propria pulizia etnica, ma anche una cancellazione metodica di cultura, sovranità e identità.

Il libro si conclude con il risveglio deli nativi del XX secolo, e la nascita di un forte attivismo (come l'American Indian Movement), attraverso il quale i popoli indigeni cercano di riappropriarsi della loro storia e della loro voce, seguendo il principio di autodeterminazione.

A grandi linee questo è quello che troverete all'interno di questo testo molto denso per eventi e dettagli, ma non di difficile lettura. È ovvio che richieda la dovuta attenzione, ma è anche piuttosto accessibile per chi è interessato a saperne di più. 

Quando si pensa all'America - agli Stati Uniti, soprattutto - si ha sempre la visione di un Paese della Libertà, una visione mitica che si frantuma con la storia e le tante incongruenze interne. Che poi a pensarci bene, visto quanto sta accadendo ora non mi sembra una realtà così libera. 

Gli Stati Uniti sono stati fondati sul principio del Tutti gli uomini sono creati uguali. Eppure, nella mente di Thomas Jefferson e degli altri padri fondatori, questa uguaglianza non si applicava ai nativi americani. Come scrisse il Georgia Journal nel 1825, infatti, indiani e negri liberi appartenevano a un ordine inferiore. In effetti, i popoli indigeni, gli afroamericani e milioni di altri cittadini non bianchi hanno dovuto fare a meno dell'uguaglianza e della possibilità di essere felici, diritti che dovrebbero essere inalienabili di chiunque. Ai Nativi, poi, la cittadinanza statunitense è stata concessa solo nel 1924, quando ormai il governo federale, con più di trecento trattati, aveva già confiscato centinaia di milioni di ettari di terra alle loro nazioni. Decine di migliaia di nativi furono uccisi dalle milizie dei coloni, e la campagne di allontanamento dei bambini dalle comunità delle riserve hanno fatto sì che nel 1928 il 40 per cento dei bambini indiani sia stato separato con la forza dalle proprie famiglie e trasferito in collegio.

Nel settembre del 1862, in Minnesota, il generale John Pope si espresse così nei suoi ordini al colonnello Henry Sibley: “Il mio scopo è quello di sterminare totalmente i Sioux [...]. Distruggere tutto ciò che possiedono e costringerli a spostarsi nelle pianure [...]. Vanno trattati come maniaci o bestie selvagge, non come persone con cui è possibile firmare trattati o scendere a compromessi.

Questa lettura apre gli occhi, davvero. Ci sono tantissimi spunti di cui vorrei parlare, che vorrei diffondere. 

  • Mi ha colpito molto l'idea di come alcune di queste tribù - come ad esempio gli Irochesi - fossero matrilineari. Le donne indigene avevano molti poteri, ma con l'avvento del colonialismo europeo, in molti casi finirono per imporre o assimilare il patriarcato.
  • Anche la visione del Giorno del ringraziamento e del Monte Rushmore ora è nettamente diversa. Dopo aver letto certe parole dei presidenti scolpiti su quella roccia (tra l'altro in territorio nativo), direi che non sono più sicura che sia davvero un corretto omaggio alla democrazia. 
  • Il capitolo sui bambini rapiti è sicuramente uno dei più duri, anche se mi ha ricordato quanto sia una pratica diffusa dai coloni europei in altre parti del mondo. Penso ai nativi del Canada che hanno subito un trattamento simile, o anche alla Generazione rubata degli aborigeni australiani. Anche qui i bambini venivano portati via per essere educati alla civiltà dei bianchi, dovendo subire soprusi, violenze e abusi. Molti di loro morirono. Tornando ai nativi americani, cosa succedeva in questi istituti? Questi collegi prendevano di mira anche bambini di soli quattro anni. Venivano strappati alle loro famiglie, comunità e culture per molto tempo. 

    “Nelle scuole erano obbligati a imparare l'inglese, a indossare vestiti di lana e a seguire un metodico programma di studi. Le teste dei maschi venivano rasate al loro arrivo e a tutti venivano bruciati abiti e mocassini fatti a mano. Se parlavano nella loro lingua, gli studenti venivano picchiati o veniva loro lavata la bocca con il sapone. Un numero incalcolabile di loro subì abusi fisici e sessuali e migliaia morirono per via delle malattie, della disciplina troppo rigida e delle privazione.”

    In alcune riserve, i genitori o gli altri membri della comunità dovevano decidere se andare a pascolare il bestiame - essenziale per la loro sopravvivenza ed economia - o controllare i propri figli. Perché i funzionari federali coglievano quei momenti per rapire i bambini. Successivamente, ci sono stati anche casi di rapimenti al fine di proporli in adozione.

  • Sulla scia degli zoo umani, anche numerosi indiani furono inseriti nelle Esposizioni universali: in diverse parti, infatti, c'era un'esposizione permanente di indigeni che vivevano all'interno di recinti o nei cosiddetti midway, gli spettacoli del celebre showman William Frederick “Buffalo Bill” Cody. Alcuni erano lì spontaneamente, altri erano stati costretti dai funzionari governativi o da problemi economici. Questo era un tentativo per dare prova della superiorità storica e razziale degli euroamericani.

  • In numerose pellicole hollywoodiane, poi, gli indiani erano spesso interpretati da attori bianchi, e il loro linguaggio era misero: non solo inventato, ma fatto anche di grugniti e parole incomprensibili. Offrendo quindi una narrazione non solo mitica delle tribù, ma anche distorta. Mettendo spesso in luce la superiorità dei bianchi, contro questi spietati selvaggi.

  • Le politiche americane verso gli indiani d'America ispirarono Hitler anche prima di prendere il potere. Elogiò, infatti, il governo degli Stati Uniti per aver 'freddato milioni' di nativi americani 'riducendoli a poche centinaia di migliaia' e perché tenevano sotto controllo in una gabbia il poco che restava di loro. Per Hitler, poi, il futuro della Germania risiedeva nel colonialismo d'insediamento in Europa.
    Questa logica di supremazia e occupazione territoriale era la stessa che aveva guidato i colonizzatori tedeschi pochi decenni prima nel genocidio dei popoli Herero e Nama in Africa, considerato il primo della storia moderna.

“Non arrivo esattamente a pensare che gli unici indiani buoni siano quelli morti, ma credo che questo corrisponda al vero nove volte su dieci.” dichiarò [Theodore Roosevelt] a New York nel 1886, aggiungendo “e su quel decimo indiano meglio non indagare troppo”.


Mentre leggevo queste pagine scorrevano sotto i miei occhi una serie di frasi o parole: colonialismo d'insediamento, pulizia etnica, coloni, popolo eletto (i puritani si ritenevano così), purezza della razza, lunga marcia, indiani visti come bestie selvagge, genocidio.

Risuonano ancora oggi quando ci soffermiamo soprattutto sulla Palestina e l'orrore commesso da Israele. In effetti, quello che sta accadendo da anni e anni in quella terra è molto simile a ciò che è accaduto ai nativi americani. La storia tristemente si ripete. In Palestina, come dice anche lo storico Ilan Pappé, si assiste a una forma di colonialismo d'insediamento e di pulizia etnica. I Palestinesi sono stati sradicati dalle loro case e pian allontanati e chiusi in aree sempre più piccole. La loro storia è cancellata dai libri scolastici, come è accaduto anche per le tribù americane. Si cerca di rimuovere cultura, vite, terre, ogni elemento che possa ricordarli. Schiacciati come misere bestie, considerati inferiori. Annientati. E tutto nasce sempre dall'Europa, da quegli uomini e donne bianchi che credono sempre di essere superiori. 

Ecco perché credo che sia importante leggere testi simili. Perché possono spingere da un lato ad avere una visione molto più ampia e corretta della storia, molto più inclusiva. Allo stesso tempo è fondamentale dare voce a chi ha sempre dovuto lottare per farla emergere. Riconoscere la loro storia, con tutte le varie sfumature, eliminando quella lente rassicurante con cui forse abbiamo guardato per troppo tempo il mondo. 

Decolonizzare lo sguardo è un dovere che abbiamo verso noi stessi e verso chi, ancora oggi, lotta per non essere cancellato. Perché solo quando smettiamo di dare per scontate le versioni ufficiali (e parziali) iniziamo, finalmente, a vedere il mondo per quello che è: un intreccio complesso di voci che meritano tutte di essere ascoltate. 

Blackhawk non solo riscrive la storia americana. Ci insegna come leggerla diversamente. E, soprattutto, come leggere il presente in modo più onesto e consapevole. Riscoprire così la propria capacità di non dare nulla per scontato, di restare umani davanti all'orrore, oggi come ieri. 



Ringrazio di cuore Giulia e la casa editrice Neri Pozza per avermi permesso di ricevere una copia di questo libro.

IL LIBRO

La riscoperta dell'America
Ned Blackhawk
Casa editrice: Neri Pozza
Traduzione di: Christian Pastore
Pagine: 720
Prezzo: 39.00€
Anno di pubblicazione: 2025
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