Come si torna a scrivere una riflessione sui libri letti dopo due mesi che hai avuto un blocco?
Non lo so, ma voglio provarci. E voglio ripartire proprio da una terra che mi ha fatto cambiare il punto di vista sul mondo, sulla storia, sull'umanità: la Palestina.
In occasione dell'ultima edizione del Salone del Libro di Torino, le ragazze de La bottega dei traduttori, che io conoscevo già per la loro collaborazione con una casa editrice che amo particolarmente, ossia ABEditore, hanno portato un progetto davvero prezioso. Un libro che racchiude diversi racconti, voci palestinesi che meritano attenzione. Ma non è un solo prodotto fisico da leggere e diffondere, anzi, è anche un modo per aiutare. Perché tutti i proventi delle vendite saranno interamente devoluti a sostegno della attività di associazioni benefiche che operano nei territori palestinesi.
Secondo me è un altro modo per aiutare. Perché no, lì l'inferno c'è ancora. Israele sta continuando a bombardare e uccidere bambini, uomini, donne, intere famiglie con la complicità del mondo. Anche la nostra. E forse non abbiamo il potere di fermarli concretamente e nell'immediato, ma fare anche un minimo gesto per quello che possiamo è importante.
Il libro s'intitola Dalla terra che resta. Storie palestinesi e potete comprarlo qui.
Sono sopravvissuti in pochi: io e il padre di Amira, il suo fratellino e la sua bambola, ma Amira no. Purtroppo la mia Amira non era di lana come la sua bambola.
- da Io, Hanan: una storia di sopravvivenza gazawi, di Joumana Haddad

Ultimamente della Palestina si parla meno, come cullati da una falsa speranza che lì si sia giunti davvero a una tregua. Ma così non è, non lo è mai stato. Mentre il mondo va avanti, da un lato preoccupato da altre guerre o dagli aumenti di carburanti e prezzi vari, dall'altro lato pensando alle proprie vacanze, in quella terra martoriata continuano a cadere bombe. Si vedono ancora corpi di bambini massacrati, famiglie spezzate. E non solo a Gaza. Anche in Cisgiordania non si è mai fermata la violenza dei coloni che cercano sempre di più di rubare altra terra, di far arrestare e torturare ancora altri palestinesi. Le voci dei politici si fanno sempre più minacciose. E altrove, a distanza, in quest'Occidente sempre più arido di umanità, chi sceglie di essere dalla parte giusta e di aiutare rischia di essere messo a tacere. In Italia vogliono zittirci, impedirci di esprimere il nostro pensiero. La paura serpeggia, c'è una puzza orribile di un ritorno a un passato che credevo di leggere solo nei libri di storia. Ma io non ci sto. Voglio continuare a parlare di Palestina, attraverso i libri che leggo, le storie che sento. A tal proposito condivido anche qui una delle ultime newsletter che ho scritto su Substack: vi troverete diversi nomi e storie di Gazawi che hanno bisogno di aiuto. Se potete, donate loro qualcosa o provate a parlarci. Vorrei poter fare di più...
Torno al libro, ora.
Dalla terra che resta, storie palestinesi è una raccolta di voci che vengono da mondi e tradizioni diverse: dalla Striscia di Gaza, da Gerusalemme, dalla Cisgiordania, ma anche da Liverpool. Sono storie che cercano di rispondere a una domanda: cosa sopravvive quando tutto viene sottratto? Cosa rimane di una vita, di una lingua, di un’identità, quando la guerra non è un evento eccezionale, ma la struttura ordinaria dell’esistenza?
Sono racconti che non danno risposte e che non edulcorano nulla. Lasciano emergere la violenza subita, il dolore, la difficoltà di un popolo che ogni giorno lotta per sopravvivere dopo aver perso tutto. Ma allo stesso tempo, riescono anche a restituire umanità a persone che troppo spesso sono ridotte a numeri, o a immagini su uno schermo, destinate a svanire ben presto dietro un'enorme quantità di contenuti che giornalmente vengono pubblicati sui social. Ed è proprio per questo che, a mio avviso, libri simili sono importanti: ci aiutano a comprendere sempre di più la verità, a smetterla di deumanizzare l'altro da sé e seguire una narrazione distorta portata avanti da chi ha il potere, da chi vuole tutto, anche a costo di compiere un genocidio.
Anche la struttura dei racconti, ovviamente, è differente: ci sono testimonianze, diari, ma anche l'uso del realismo magico o di narrazioni più visionarie e fantastiche che però ci portano sempre lì, a Gaza, in Palestina, nei cuori di uomini, donne e bambini che chiedono solo di vivere, di non essere dimenticati. Perché il loro dolore è reale e, anche se spesso non è facile gestire emotivamente tutto questo, possiamo essere tutti chiamati a fare qualcosa. Anche un minimo gesto può essere fondamentale.
La raccolta si apre con il racconto (Martedì) di un uomo che si trova, in un martedì di una semplice settimana, a compiere il solito gesto: attraversare un checkpoint controllato dai soldati israeliani. Quello che ai nostri occhi potrebbe essere visto come una semplice routine, per chi vive sotto il controllo e l'apartheid diventa un momento pieno di tensione. In poche pagine noi sentiamo tutta l'ansia provata dal protagonista che deve stare attento a ogni minimo gesto: anche uno sguardo sbagliato o un movimento potrebbero generare tristi conseguenze. Con la sua scrittura Majd Aburrub, scrittore e operatore culturale che oggi vive a Ramallah, ci porta a comprendere come sia vivere sotto occupazione, con controlli rigidi, limitazioni, pericoli costanti di essere arrestati anche per la sola colpa di essere palestinesi.
In Il gazawi che è diventato parte di me possiamo ritrovarci perfettamente. Perché Bothayna Al-Essa vive e fa la libraia in Kuwait e può osservare dall'esterno quello che accade. Un po' come tanti di noi che ci siamo ritrovati a entrare in contatto con i palestinesi, a parlare con loro, a vivere con l'ansia di non ricevere più una risposta da parte loro. C'è in me, come in lei, quella sensazione di colpa per il proprio privilegio nel vivere nella parte tranquilla del mondo. Eppure, anche la scrittura può diventare una forma di resistenza, di responsabilità. Anche contribuire a diffondere le loro voci, a leggere libri palestinesi, può essere un modo per non lasciarli soli.
Di Yousri Alghoul abbiamo due storie che riflettono una duplice tensione tra immaginazione e testimonianza. In Oggi la mia vista è acuta il punto di vista è quello dell'anima di un uomo costretto a lasciare la Palestina per curarsi, ma destinato a morire lontano dalla sua terra. Qui si vedrà quanto l'Occidente - così convinto dei propri valori democratici - non avrà neanche rispetto di un corpo privo di vita. In Una vita immersa nel sangue ci spostiamo più su una testimonianza della solitudine di chi sopravvivere in un mondo in cui la morte è una compagna costante.
Ma, come dicevo, ci sono anche storie che utilizzano una componente più fantastica per parlare del reale. Richie Billing, infatti, usa il punto di vista di due bambini, due fratelli, nel suo Nascondersi dai Draghi. Il piccolo Sami vede dei draghi negli aerei e dei maghi da cui fuggire nei soldati. Una sorta di realismo magico che, però, non attenua la violenza, invitandoci a non distogliere mai lo sguardo dall'orrore, anche quando viene filtrato attraverso la fantasia di un bambino.
Le stesse violenze legano il passato al presente, attraverso la figura di una nonna si riflette la memoria storica (Oh, mia nonna); ma a Gaza non fai neanche in tempo a nascere che puoi perdere la tua vita, divenendo ben presto un piccolo martire (Il Miracolo). Suheir Abu Oksa Daoud in questi suoi racconti non ci dà consolazione né risposte. Ma la domanda è sempre quella: cosa resta? Vite sospese in una terra che continua a resistere, ma che non vede ancora una via d'uscita dall'inferno.
Selma Dabbagh ci offre, invece, un racconto più particolare (Nella scatola), dove però si riflette molto su diversi concetti: dalla sorveglianza, anche attraverso l'uso di spyware che possono infiltrarsi nei dispositivi mobili, all'oppressione, ma anche mostrando la resilienza di un popolo che cerca di trovare qualsiasi soluzione pur di sopravvivere.
Credo che Io, Hanan di Joumana Haddad sia quello che più mi è entrato nel cuore, incrinando anche un bel po' la mia emotività. Qui troviamo una sorta di monologo di una giovane palestinese che per tutta la sua vita non ha conosciuto altro che la guerra. Davanti ai nostri occhi appare come un film in bianco e nero in cui è distinguibile un solo colore, il rosso del sangue (a me ha ricordato molto la bambina con il cappottino rosso in Schindler's list. No? Per riflettere come i genocidi siano tutti uguali e nessuno abbia il diritto di avere l'esclusiva) e un solo suono, le urla strazianti delle persone che stanno perdendo tutto. Indelebile resta l'immagine della sua bambina, Amira, che purtroppo non ha il corpo fatto di lana come la sua bambola.
In Testimoni di sopravvivenza di Anees Ghanima (originario della città di Gaza) troviamo di nuovo una testimonianza, scorci di vita quotidiana durante il genocidio in corso. Anche qui non emerge solo la brutalità di una “guerra” - che non si può in verità definire tale -, ma anche l'umanità che continua a resistere. Una terra che resta, che resiste, nonostante tutto.
Voglio che tu faccia una cosa.
Quando passi dal luogo in cui sono caduto, non guardare giù. Guarda in alto. Il cielo lì è ancora azzurro nonostante tutto. Le nuvole si muovono ancora lentamente come inconsapevoli di ciò che accade sotto di esse. E il sole sorge ancora come se non avesse sentito le notizie.
La morte è sotto. La vita è sopra. E tu sei in mezzo.
Resta in mezzo. Non scendere da me prima che arrivi il tuo tempo.
- da Testimoni di sopravvivenza, di Anees Ghanima
Ho ritrovato anche qui Ziad Khadash, di cui avevo letto Le ferite di raccontano (una raccolta di racconti pubblicata da emuse), che nelle due storie qui proposte osserva la quotidianità da angolazioni impreviste, tra immaginazione e realismo. In Succedono cose strane là fuori, la voce narrante è quella di un feto che percepisce il mondo fuori dal ventre materno solo attraverso suoni e sensazioni e grazie all'aiuto di uno scrittore con cui instaura una sorta di dialogo. Mentre in La classe che scomparve troviamo una narrazione più particolare, una dimensione più fantastica, che comunque vede nella creatività sempre una forma di resistenza.
In Kalimat (Parole) Omar Khalifah ci restituisce una storia sospesa tra due mondi: Gaza e Manhattan. Qui troviamo una giovane coppia sposata che ha avuto la possibilità di lasciare la propria terra e andare in America dopo che lei ha ottenuto una borsa di studio. Ma con l'uomo che è stata costretta a sposare non sembra esserci un dialogo. Non manca il desiderio fisico, né sono assenti i gesti. Ma è come se lui non riuscisse a esprimersi. Il marito è stato profondamente segnato da anni di prigionia nelle carceri israeliane...
L'ultimo racconto (In fuga dal genocidio) è quello di Nahil Mohana, nata a Gaza City, che ci riporta alcune pagine del suo diario dell'assedio di Gaza che ha iniziato a tenere sin dal 7 ottobre 2023. Il resoconto di una sopravvivenza, del labile confine tra morte e vita. Della distruzione, delle difficoltà di trovare cibo, dei continui spostamenti, delle scelte che possono portare a un giorno di vita in più o alla morte tra le macerie. Ma ancora della resistenza di un popolo che, nonostante tutto, continua ad andare avanti, perché ama profondamente la vita. Ed è forse questo uno dei motivi per cui ne ho un profondo rispetto e così tanta stima.
Il popolo palestinese è un esempio di coraggio, di resistenza, di forza, di amore, di umanità. Ed io ne sono sempre più convinta. Ed è per questo che, ancora una volta, vi invito a recuperare libri simili. Da un lato possono aiutarci a comprendere e a non perdere la nostra umanità, dall'altro lato possiamo essere una luce nel buio. Possiamo compiere un piccolo gesto che doni loro tanta speranza. Continuerò a ripeterlo, anche a me stessa, per tutte quelle volte in cui mi sento in colpa per non riuscire a fare di più.
Ci tenevo a concludere ringraziando anche la ragazze che hanno lavorato a questo progetto. Un libro davvero importante per non voltarsi dall'altra parte.
Continuano a dirmi che possiamo rifare tutto daccapo. Continuano a dire che non tutta la speranza è perduta: che basterebbero due di noi per ripopolare l'intera Palestina se necessario. Ripopolarla con cosa? Con altri futuri cadaveri? Altre prede per riempire la pancia insaziabile della bestia? So che potrebbe sembrare blasfemo, ma siamo stanchi di far nascere martiri. Per una volta vorrei vedere le piante del nostro giardino mettere radici forti e diventare alberi.
- da Io, Hanan: una storia di sopravvivenza gazawi, di Joumana Haddad





