Cosa resta di un popolo quando la Storia si accanisce su di lui non una, ma ben due volte?
Negli ultimi anni sto cercando di approfondire una pagina di Storia a lungo nascosta, ma immensamente importante anche per riflettere sul mondo attuale: il genocidio armeno. Ian Manook cerca di riversare nella pagina la memoria di sua nonna, nel tentativo di non far svanire nel nulla quello che è accaduto. E lo fa in maniera perfetta in L'uccello blu di Erzerum dove possiamo vivere insieme alle due sorelle protagoniste e ad altri personaggi l'orrore affrontato dagli armeni, che ancora oggi non viene da tutti riconosciuto. Di recente, però, pubblicato ancora una volta da Fazi Editore, è uscito il secondo capitolo di questa saga famigliare: Il canto di Haïganouch, dove ritroviamo gli stessi personaggi - più qualche aggiunta - diversi anni dopo, scossi da un altro tradimento. Ma anche qui alle terribili descrizioni, si uniscono sempre temi profondi di solidarietà, amore, legami famigliari che nemmeno la violenza può recidere.
Canta, canta, l'uccello blu canta
I giochi, le risate e le canzoni
Canta, canta, l'uccello blu canta
Le due bambine che sopravviveranno.

Ne L'uccello blu di Erzerum avevamo lasciato le due sorelle separate e incerte nel loro reciproco destino, che rivolgevano i loro sguardi alla luna, nella speranza di ritrovarsi. Una in Francia, l'altra in Unione Sovietica.
Il canto di Haïganouch si apre in Francia dove Araxie è riuscita a ricreare il suo “pezzo di Armenia”, una piccola tribù, una famiglia allargata che continua a osservare gli usi e i costumi di un mondo ormai andato perduto. Eppure una speranza si accende, insieme al rischio che quel suo mondo perda i pezzi, vada in frantumi.
Siamo nel 1947 e Agop, il migliore amico del marito di Araxie, Haïgaz, decide di rispondere all'appello di Stalin, del Partito Comunista Francese e delle principali organizzazioni armene in Francia: ossia l'invito a tutti gli armeni della diaspora a tornare in patria, nella Repubblica di Armenia in Unione Sovietica, fiera e indipendente. Una sorta di speranza per gli esuli, che vedono in questo un nuovo futuro nella propria terra da cui sono stati spietatamente sradicati. Decide di partire solo per vedere come va, e poi magari a lui si uniranno la moglie e i due figli. Haïgaz gli chiede anche di provare a rintracciare la sorella perduta di sua moglie, Haïganouch, che dicono essere ancora viva. La partenza è da Marsiglia, dove una folla festante di armeni e militanti comunisti saluta il Rossia, l’imponente piroscafo russo, sul quale si imbarca. Lui è tra le 3.500 persone imbarcate, su un carico previsto di soli 350 passeggeri. Che sia già un possibile presagio?
Questa però è solo propaganda. Sbarcati a Batumi, sono costretti a restare in un accampamento in pessime condizioni, dopo aver subito la confisca dei loro passaporti, documenti e ogni bene. Viene loro tolta l'identità, impedita ogni forma di fuga. Vengono poi trasferiti ad Erevan, ma non possono scegliere dove abitare: tutto è controllato, già stabilito dal Partito, da quel Padre dei popoli che tiene l'Unione Sovietica con un pugno di ferro. La verità è che sono come degli ostaggi, usati per rimpiazzare manodopera mancante, o ripopolare proprio quella terra in cui desideravano, speranzosi, di tornare.
Un sogno che si spezza.
Il popolo aguzzino e sconfitto vive felice nella sua città, mentre loro, le vittime sopravvissute, sono fiori appassiti che affondano andando alla deriva.
La scena poi si sposta a Kultuk, in Siberia, sulle rive del lago Bajkal. Qui ritroviamo proprio Haïganouch che, dopo aver affrontato diversi momenti difficili e la violenza degli uomini, cerca di vivere tranquilla accanto al marito Pliuškin e al loro figlio, Assadour. Ha cercato di ricostruire la sua vita, prendendosi amorevolmente cura della sua isba, degli uomini amati. E anche se la vita con gli altri poeti le manca, la poesia fa ancora parte di sé e ad essa si unisce la musica per cui ha un particolare talento: impara, infatti, velocemente a suonare il pianoforte. La polizia politica, guidata proprio dall'uomo che l'ha violata nel precedente capitolo, però, fa irruzione in quel suo piccolo paradiso, echi di tormenti dal passato, e le porta via ciò che più ha di prezioso. La donna, cieca, è deportata nei gulag. E dentro di lei permane la speranza di ritrovare suo figlio.
Le vite di Agop e Haïganouch si sfiorano in vari modi. La narrazione, anche qui, si dipana in diversi anni (dal 1947 al 1960) e soprattutto tra Francia, Erevan e Siberia. Accanto alla brutalità dell'ennesimo regime, alle condizioni disumane nei gulag e alla violenza, si alternano momenti di solidarietà, amore, poesia, musica, famiglia. Legami famigliari che neanche la violenza della Storia o la distanza potranno mai veramente recidere.
Ancora una volta Ian Manook mi permette non solo di emozionarmi con la storia della sua famiglia - la maggior parte della narrazione è, infatti, ispirata dai racconti di sua nonna -, ma anche di conoscere frammenti di Storia di cui non sapevo nulla. Il genocidio armeno, infatti, è stato per troppo tempo sepolto e ancora oggi non è riconosciuto da tutti, in modo particolare proprio dalla Turchia che lo ha commesso. Ma non ero a conoscenza di questa propaganda portata avanti da Stalin e dai partiti comunisti in molte parti del mondo, per ripopolare le terre, di questo vero e proprio tradimento nei confronti di un popolo che ha già dovuto subire sulla propria pelle un orrore difficile anche da narrare.
Provate a immaginare di subire un genocidio, di essere sradicati dalle vostre case, dalla vostra terra. Di essere violentati, feriti, di vedere i vostri cari essere uccisi in modo orribile. E riuscire, però, a scappare. Ricostruire una vita in una landa lontana, che però non sempre è capace di accettare gli stranieri. Avere nel cuore sempre la propria patria. E poi, una scintilla, una piccola speranza: poter tornare lì. Poter riappropriarsi di un pezzo di sé, della propria identità. Ma... è tutta un'illusione. Perché vieni proprio spogliato della tua identità: diventi quasi un nulla costretto a lavorare, ad alloggiare in appartamenti sovraffollati, dove non c'è neanche una forma di riscaldamento. O, ancor peggio, di essere spedito nei gulag, in terribili campi da lavoro, per reprimere così ogni opinione contraria. E no, non puoi scappare, non puoi tornare a casa, neanche se a molti km di distanza ti attende la tua famiglia. Sono pagine terribili, ma che a mio avviso è importante conoscere. Perché non si studia tutto a scuola e spesso certe realtà scomode vengono nascoste: ma puoi essere tu a informarti e libri come questo possono spingerti ad avere una mente più aperta, che ti potrà portare a comprendere anche il presente, senza lasciarti annientare dall'ennesima propaganda che anestetizza sensi e pensieri.Agop vi scorge la sottomissione a un'altra sciagura. Popolo maledetto. Di odio in odio. Di sultano in tiranno.
Non si stringono l'uno all'altra, si fondono, si pervadono a vicenda. Ognuno assorbe in sé l'assenza dell'altro.
In mezzo al buio, è la luce dei personaggi che resta. Anche tra queste pagine emerge la solidarietà tra chi non ha nulla, il coraggio di chi vuole vivere e tornare dalla sua famiglia, l'amore che sopravvive alla distanza e alla violenza, il desiderio di chi spera di ritrovare chi ha perso, per poi fondersi in un abbraccio che permette di assorbire in sé l'assenza dell'altro. Manook ci ricorda che anche nei momenti più terribili della Storia, l'umanità trova il suo modo di resistere. E che forse dobbiamo proprio partire da questa umanità per non perderci.
E questo emerge anche dal suo stile ricco di contrasti: un ritmo incalzante e fortemente evocativo, che alterna la durezza del racconto storico, delle violenze, dei soprusi, della dittatura, alla bellezza della poesia, di immagini toccanti e sensibili.
Mi permetto di lasciarvi un frammento che ho trovato particolarmente intenso, soprattutto per chi ama i libri.
Legge perché deve farlo, perché ciò fa esplodere la sua prigione, fa saltare in aria i suoi orizzonti bui. Legge perché i giorni senza lettura sono giorni che lo schiacciano e lo rimpiccioliscono e lo comprimono e lo seppelliscono nel permafrost spietato della Siberia. Legge perché è l'unica evasione possibile, ma soprattutto perché, dopo le sue giornate di schiavitù, ritrova nei libri le emozioni e i sentimenti che gli hanno confiscato. Finché scopre la poesia.
I romanzi sono oceani, immensi, profondi e agitati, furiosi. Le poesie invece sono voli, battiti di ali verso il cielo, leggeri, quasi incorporei. E ogni uccello che spicca il volo lascia nel cuore una piccola assenza che porta lontano con sé.





