Ho passato tutta la mia vita a riflettere sul genocidio più conosciuto: quello che ti insegnano sin dalle elementari, con progetti, visioni di film, lettura di libri. Sono cresciuta così, e non ho mai smesso di diffondere le voci dei salvati e quelle dei sommersi che qualcosa ci hanno comunque lasciato prima di essere uccisi impietosamente nei lager nazisti. Eppure, crescendo mi sono resa conto di quanta Storia sia rimasta nella polvere, di quanto poco si parli degli altri genocidi. Forse perché prima di quello ebraico, non si è mai davvero usato quel termine. Tuttavia, i nazisti presero esempio da due importanti massacri di massa: quello dei nativi americani, e... quello Armeno, compiuto solo pochi anni prima.
Negli ultimi anni sto cercando di recuperare testi sul tema e oggi voglio ricordarlo con un libricino piccolo quanto potente, che fa male, davvero troppo male, ma è un dolore che dovremmo sentire, per continuare a restare umani.
Alfabeto dei piccoli armeni di Sonya Orfalian è un testo che ha uno scopo ben preciso: raccogliere l'eco di voci lontane della diaspora armena, quei sussurri quasi impercettibili, di quelli che erano solo dei bambini all'epoca dei terribili fatti (tra il 1915 e il 1922). Tratteggia così il disegno di una tragedia collettiva.
Sono al sicuro in un orfanotrofio. Studio e imparo cose nuove. Ma il mio cuore non batte più come prima. È lento e stenta a seguire il tempo regolare. Ho vissuto il tempo dei rintocchi felici e adesso questo cuore fatica a stare al passo.

Sonya Orfalian è nata in Libia da genitori armeni. Apolide, figlia della diaspora, si pone al fianco di queste persone prendendosi cura dei loro ricordi, facendoli emergere dal silenzio della Storia.
Sceglie 36 storie come le lettere dell'alfabeto armeno. 36 voci diverse che cantano insieme disperatamente.
Sono testimonianze molto brevi, che però scuotono dentro. Provate a immaginare questi bambini e bambine, ragazzi e ragazze molto giovani, che si trovano a vivere improvvisamente all'inferno. Strappati alle loro case, i loro padri e fratelli bruciati vivi o portati via. E loro, insieme alle madri, alle sorelle e agli anziani costretti a percorrere chilometri, anche nel deserto, senza poter bere o mangiare. Se osano fermarsi, vengono uccisi. I loro aguzzini piombano su di loro e rapiscono donne, ragazze, bambine per abusare, tagliare i seni, o renderle schiave. A volte madri e nonne sporcano i corpi di figlie e nipoti di terra e fango, così da non essere più desiderabili, da apparire malate e così tenerli lontani. Ai nonni vengono cavati gli occhi. Le madri sventrate o costrette a mangiare pezzi dei loro figli. Non c'è alcun rispetto neanche per gli esseri più indifesi: i neonati, sgozzati o crocifissi sui rami.
Hanno preso due neonati, li strappano dalle braccia delle madri. Li inchiodano sui rami, li crocifiggono ai rami. I rami dei nostri alberi che ci davano dolci frutti sono diventati croci di tortura.
Avanzano, continuamente, in una marcia forzata che poi sarà ripresa dai nazisti. Solo la notte un breve riposo. In quei momenti possono cercare di mettere qualcosa nello stomaco: non più esseri umani, però, ma simili a uccellini che devono beccare semi a terra o cercarli tra gli escrementi degli animali.
C'è una disumanizzazione totale. Questi infedeli cristiani vengono derisi, torturati, barbaramente uccisi, trattati peggio delle bestie.
C'è stupore in questi ricordi, disorientamento, puro terrore. Sono bambini che perdono quasi tutta la loro famiglia. Che si ritrovano a vivere lontani da una casa piena di ricordi, in cui forse non potranno mai davvero tornare. Alcuni hanno la fortuna di riunirsi a qualche parente ancora vivo; c'è chi aveva solo due anni ed è stato salvato da una madre che non ha mai potuto conoscere e si domanda Chi mi ha cullato? Chi mi ha voluto bene? Qual è il mio vero nome?
Voci spaventate, altre più audaci, alcuni si sentono ormai persi, già morti. Altri nutrono speranza o volontà di resistere.
Come è accaduto a molti superstiti della Shoah, anche per molti armeni è difficile parlare, o spiegare. C'è anche il rifiuto di ricordare, di scandagliare la memoria. Come se non parlandone, si potesse forse provare meno dolore. Come puoi del resto far affiorare un tale orrore? L'aver vissuto un inferno in terra?
Qui c'è l'orrore, le porte dell'inferno si sono spalancate...
I grandi, mentre camminiamo, si chinano a chiudere gli occhi sbarrati dei morti.
Secondo le stime armene furono circa 1.500.000 le vittime, un genocidio che causò la sparizione di circa la metà della popolazione anatolica. Pur essendo stato riconosciuto da diversi stati del mondo dagli anni '70, la Turchia che lo perpetuò, continua a negarlo. E forse è questo che fa ancora più male. Quest'assenza di giustizia dopo tutti questi anni.
Ecco perché leggere libri simili è importante. Così come continuare a studiare, ad approfondire, a conoscere.
Non possiamo cambiare la Storia, ma possiamo ricordarla. Ancor di più oggi, che davanti agli occhi del mondo, continuano a compiersi atti simili. È una lettura che fa male, non lo nego, che richiede una buona dose di coraggio. Che non è per tutti. Ma possiamo metterci lo stesso in ascolto di popoli che nel mondo non hanno voce. Anche questo è un atto di resistenza, di profonda umanità, no?
Ai miei figli ho dato i nomi di coloro che ho amato e mai più ritrovato. Grazie ai miei figli, ora i loro nomi risuonano di nuovo.





