Quando leggo libri simili finisco sempre per provare sentimenti di rabbia e profonda tristezza. Aprire gli occhi fa molto male, ma è anche vero che è molto meglio che restare indifferenti. Anche se a volte faccio un po' fatica, non riesco a smettere di informarmi, di unire altri tasselli, perché solo così posso anche comprendere il mondo in cui vivo, e conservare quell'umanità che sembra sempre più a un passo dalla fine.
Chris Hedges giornalista, scrittore, Premio Pulitzer ed ex corrispondente di guerra statunitense specializzato in politica e società del Medio Oriente, in questo suo toccante e pungente reportage denuncia senza compromessi i crimini perpetrati da Israele nei confronti dei Palestinesi. Ma non solo, analizzando la Storia di quella terra, e mettendo a confronto i vari genocidi del passato con l'attuale che sta avvenendo a Gaza, cerca di far riflettere anche noi lettori, noi che facciamo parte di questo mondo Occidentale così tristemente complice. Il materiale di Un genocidio annunciato. Storie di sopravvivenza e resistenza nella Palestina occupata è tratto principalmente dai testi e dalle puntate del suo podcast The Chris Hedges Report, attraverso il quale cerca di fare luce sulla lotta dei palestinesi e sul conflitto ultradecennale con lo stato apartheid di Israele.
Il volume è stato pubblicato da Fazi Editore, che ringrazio per la copia digitale.
Il genocidio di Gaza è il culmine di un processo. Non è un atto. Il genocidio è l'epilogo prevedibile del progetto coloniale di Israele. È codificato nel DNA dello Stato apartheid israeliano. È dove doveva arrivare Israele.

L'autore ci porta subito con sé tra le strade della Cisgiordania, con muri alti anche otto metri, numerosi checkpoint e tutte le difficoltà in cui si ritrovano a vivere da anni i Palestinesi sotto l'oppressione israeliana. Vita che è ancor più peggiorata a seguito del 7 ottobre 2023. Un pretesto per poter andare avanti con la realizzazione del progetto iniziale: la costituzione della Grande Israele. Il focus non si concentra solo su Gaza, ma anche sul resto della Palestina occupata, dove sia i soldati delle Idf, sia i coloni, stanno continuando a sottrarre la terra ai Palestinesi; spianano interi quartieri, trasformano vie e vicoli in cumuli di macerie. Demoliscono scuole, farmacie, negozi, abitazioni. Mettono fuori uso le condutture idriche. Uomini, donne, bambini vengono arrestati e torturati. Medici e infermieri assassinati. Mentre il mondo punta gli occhi su Gaza, sull'altro fronte continuano a compiere tutto questo. In particolare, poi, lascia la parola a Atef Abu Saif, un romanziere palestinese, autore del libro Diario di un genocidio. 60 giorni sotto le bombe a Gaza. Il 7 ottobre era a Gaza con il figlio quindicenne Yasser. Per ottantacinque giorni ha vissuto e raccontato quotidianamente l'incubo del genocidio. Poi è riuscito a uscire da Rafah, tornando a Ramallah dopo aver raggiunto la Giordania. Ma le cicatrici del genocidio rimangono.
Chris Hedges non si fa poi problemi a parlare di Hamas, a portare su carta quelle che sono le verità che Israele vuole seppellire e che, forse, il mondo ancora non è capace di accettare. Sostiene, infatti, che Hamas è tanto demonizzato quanto frainteso.
Hamas non è un'organizzazione terroristica. Nacque come un movimento politico e della società civile durante la prima intifada del 1987. Costituì la sua ala militare - le Brigate al-Qassam - solo nel 1992. Si è guadagnato un ampio sostegno tra i palestinesi di Gaza realizzando scuole, campi estivi, banchi alimentari e ambulatori medici.[...] usa il terrorismo come una tattica.
Non tiene in ostaggio la popolazione palestinese di Gaza.
Il sionismo è il motore dietro un secolo di rabbia palestinese e araba.
Mi è capitato molto di pensare a questo. Ancora oggi in tanti credono ingenuamente alle fake news portate avanti dalla propaganda israeliana e diffuse da molti giornalisti occidentali, senza soffermarsi a pensare. Ci si chiede mai come sia nato Hamas? Ci si ferma mai a pensare che forse non sarebbe sorto nulla se non ci fosse stato un regime di oppressione e apartheid? Qualche giorno fa ascoltavo le parole di un partigiano italiano che sottolineava proprio un messaggio ben preciso: loro combattevano, perché erano attaccati. Se non ci fosse stato il nazi-fascismo, non ci sarebbe stata neanche la Resistenza. Ecco. Mi ha fatto molto pensare.
Comunque è proprio sulla propaganda Israeliana che si concentra nel secondo capitolo. Sulla diffusione di notizie false in merito al 7 ottobre (i bambini decapitati, le donne violentate, tutte menzogne che purtroppo ancora circolano), e parla della Direttiva Annibale applicata anche in quel contesto. Ossia una politica militare tesa a impedire che i militari finiscano in mani nemiche, anche a costo di uccidere i soldati stessi o i civili.
Attraverso potenti Lobby (come AIPAC, quella che assicura che Israele riceva un trattamento speciale dagli Stati Uniti), sono state fatte anche delle vere e proprie sedute di addestramento per spingere la diffusione di notizie non vere: come quella che nelle scuole UNRWA ai bambini palestinesi venisse insegnato a odiare gli ebrei, o il considerare il movimento BDS come un gruppo d'odio.
Ci sono anche delle campagne diffamatorie contro chi osa criticare Israele, con la creazione di siti anonimi, e di pubblicità facebook (e non solo) mirate. Attuando così una vera e propria guerra psicologica. Un esempio è Canary Mission, un sito che fornisce nomi, curricula e foto di studenti, professori, oratori e organizzazioni infangandoli con l'accusa di terrorismo e antisemitismo.
Tutti i palestinesi sono ritenuti responsabili dell'attacco del 7 ottobre o liquidati come scudi umani di Hamas. Tutte le strutture sono considerate bersagli legittimi perché sospetti centri di comando di Hamas o perché ospiterebbero i suoi combattenti.
Alternando le voci dei Palestinesi, come la storia di Amr Abdallah, un ragazzo assassinato nella tenda a Gaza, ad altre di autori come Francesca Albanese, Ilan Pappé, Norman Finkelstein, Antony Loewenstein e il suo libro Laboratorio Palestina, e Rashid Khalidi con il suo volume Palestina. Cento anni di colonialismo, guerra e resistenza, ma anche voci dal passato come Hannah Arendt e Primo Levi, il giornalista ci fa riflettere proprio sul concetto di Genocidio e su quanto l'Occidente abbia contribuito attivamente alla nascita e alla diffusione del Sionismo e del suo orribile progetto. Su come abbiano sempre strumentalizzato la Shoah per i propri scopi. Basti pensare al fatto che se osi criticare, sei sempre accusato di antisemitismo.
In effetti, relaziona più volte quello che sta accadendo a Gaza, con quello che è accaduto in altri luoghi del mondo nel corso degli ultimi anni. Dai desaparecidos in Argentina che, prima di essere uccisi e fatti sparire, venivano torturati e umiliati proprio come accade a molti Palestinesi (anche bambini!) nelle carceri israeliane e nei centri di detenzione; ma anche in riferimento ai centri di tortura clandestini e nelle carceri di El Salvador e in Iraq o i campi di concentramento serbi in Bosnia.
Molti degli argomenti che affronta li sapevo già avendo letto altri testi sul tema, ma devo dire che mi ha molto toccato soprattutto la parte in cui si concentra sulla complicità del mondo Occidentale, di come abbiamo contribuito - Europa e Stati Uniti - alla nascita del Sionismo e alla sua diffusione, di quanto ancora oggi continuiamo a collaborare attivamente al genocidio in corso, senza mai porre sanzioni, senza mai fermare davvero lo scempio che stanno compiendo. E questo è grave anche perché permette ai coloni, ai soldati delle idf, al governo sionista di continuare a fare come vogliono, con la loro arroganza, il loro sentirsi superiori a tutto e tutti, tanto... non saranno mai toccati, no?
Mi ha colpito molto soprattutto questo frammento che vi riporto.
Il genocidio dice qualcosa non solo di Israele ma di noi, della civiltà occidentale, su chi siamo come persone, da dove veniamo e che cosa ci definisce. Dice che tutta la nostra decantata moralità e tutto il nostro sbandierato rispetto dei diritti umani sono una menzogna. Dice che le persone di colore, specialmente se povere e vulnerabili, non contano. Dice che le loro speranze, i loro sogni, la loro dignità e le loro aspirazioni alla libertà non valgono niente. Dice che ci assicureremo il dominio globale tramite la violenza razzializzata.
Ci sentiamo moralmente superiori e, invece, siamo gli assassini più spietati. Eppure una speranza, anche se fievole, c'è sempre. Ed è portata avanti da tutti coloro che continuano comunque a non voltarsi dall'altra parte. Come gli studenti in alcune Università americane che hanno deciso di opporsi alla complicità di queste aziende nel genocidio, anche a costo di essere arrestati, cacciati, o ancor peggio minacciati di morte. Ma anche grazie a tutte quelle persone che ogni giorno scelgono di parlare, informarsi, aiutare, e non lasciarsi piegare da una propaganda assurda portata avanti anche dai nostri media (per questo vi invito ancora una volta a fare attenzione alle notizie che leggete). Perché il silenzio ci rende complici, l'opposto del bene e l'indifferenza e...
La resistenza palestinese è la nostra resistenza.
Un giorno potremmo essere noi i Palestinesi. O forse lo siamo già.
Il libro si conclude con una bellissima e struggente lettera ai bambini di Gaza e nell'appendice viene proposto Il rapporto delle Nazioni Unite: il genocidio come cancellazione coloniale di Francesca Albanese, relatrice speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967. Qui pone l'accento sull'intento genocida a completamento di un obiettivo di piena colonizzazione israeliana del territorio palestinese. Una donna di cui dobbiamo essere profondamente orgogliosi che, guarda caso, è attaccata proprio perché sta svelando al mondo la verità.
Accanto a romanzi e memoir, io vi invito davvero a leggere testi come questo, Laboratorio Palestina di Antony Loewenstein, Quando il mondo dorme di Francesca Albanese, e i volumi di Ilan Pappé. Perché servono ad aprire gli occhi, a sciogliere ogni dubbio, a metterci di fronte anche a noi stessi, al mondo in cui viviamo. E provare a fare qualcosa, nel nostro piccolo. Anche se spesso, io stessa, vedo tutto come un muro altissimo difficile da superare. Ma preferisco fare anche poco, che voltarmi dall'altra parte. In un mondo che si fonda su razzismo, soldi, armi e violenza, nel quale i nostri governi ci rendono complici di genocidio, forse dovremmo avere il coraggio di metterci dalla parte giusta della storia, di scegliere di seguire la strada della verità, e non perdere mai la nostra dignità umana, la nostra umanità.
Ovviamente in questa mia riflessione non trovate ogni particolare del libro, ci sarebbe tanto altro da dire, da analizzare, ma verrebbe fuori un altro libro anziché un articolo. Tuttavia spero di essere riuscita a offrirvi qualche spunto interessante per spingervi a leggerlo.
Il genocidio è il cuore del colonialismo occidentale. Non è esclusivo di Israele. Non è esclusivo dei nazisti. È la pietra angolare della dominazione occidentale.
Israele parla ai Palestinesi nel linguaggio della morte. E il linguaggio della morte è tutto ciò con cui i palestinesi potranno rispondere.





