Negli ultimi mesi il mondo artistico e intellettuale italiano mi ha davvero trasmesso una forte sensazione di nausea. Tra scrittori che si dichiarano apertamente sionisti e continuano a ribadire che il genocidio non esiste e cantautori che vorrebbero tenere fuori la musica dalla politica non mostrando un minimo di umanità, io sono molto sconfortata e arrabbiata. Ed ecco che un libro mi viene in soccorso, ribadendo un discorso ovvio: l'arte, la cultura, la musica, lo sport... tutto è politico. Possono essere resistenza, un modo per far vibrare delle voci che vogliono essere spente, per non dimenticare quello che accade. Tutti noi, nel nostro piccolo, dovremmo far qualcosa per la questione palestinese e altre ingiustizie del nostro tempo. E ancor di più dovrebbe farlo chi ha più seguito: attraverso la musica, lo sport, il teatro, il cinema, i libri e altro ancora, tutti possiamo essere ponti. Tutti possiamo preservare così la nostra umanità.
E Isabella Hammad lo fa benissimo nel suo romanzo Entra il fantasma, pubblicato in Italia da Marsilio. Una lettura toccante, intensa, che intreccia tematiche sia personali sia collettive, e spinge a riflettere sulla situazione in Palestina, sui fantasmi che non possiamo più ignorare, ma anzi... che dovremmo attraversare per comprendere.
«Li ossessioniamo. Ci vogliono ammazzare, ma noi non moriremo. Neanche adesso che abbiamo perso tutto.»

Dopo anni di lontananza dalla sua terra di origine, Sonia Nasir decide di tornare ad Haifa per andare a trovare sua sorella Haneen. Nate a Londra da genitori palestinesi, hanno trascorso in Palestina solo le estati, nella casa dei nonni. Sono due sorelle diverse; ognuna ha scelto la sua strada, il suo percorso. Sonia ha deciso di rimanere in Inghilterra dedicandosi alla recitazione, mentre Haneen ha scelto di vivere proprio ad Haifa, diventando docente presso l'Università di Tel Aviv.
Sonia vuole solo trascorrere del tempo con sua sorella e vivere una sorta di vacanza, ma fa presto la conoscenza della magnetica regista teatrale, Mariam, che le chiede di unirsi al suo progetto: portare una versione di Amleto in lingua araba, in Cisgiordania. Mancano, infatti, ancora i ruoli di Ofelia e Gertrude. Sonia, titubante, decide di accettare: inizialmente con l'intento di aiutare nella lettura del copione fino a quando la donna non avrà trovato altre artiste più adatte, ma poi sceglierà di interpretare lei stessa il ruolo di Gertrude. Un ruolo controverso, ambiguo, che la metterà anche in relazione con sé stessa, con i fantasmi del passato e del presente.
Attraverso il teatro, Isabella Hammad cerca di analizzare il ruolo del potere, della resistenza. L'arte diviene proprio un grido collettivo, uno specchio di resistenza contro l'invasore, contro i soprusi compiuti dagli israeliani nei confronti dei palestinesi, i quali tentano con ogni mezzo di ostacolare anche qualcosa di bello come uno spettacolo teatrale: attraverso i blocchi ai checkpoint, i controlli, gli interrogatori, interruzioni della luce, gli arresti.
Entra il fantasma è un libro che richiede tempo, uno di quelli da leggere con attenzione e sì, anche con lentezza. Attraverso lo sguardo di Sonia, i suoi problemi, i suoi conflitti d'identità, la sua famiglia, l'autrice riesce anche a mostrarci i diversi volti della Palestina. A seguito della Nakba, infatti, si è creata una situazione molto frammentata: da un lato troviamo la storia dei profughi del '48 costretti a lasciare le loro case, o in certi casi, a venderle, o a integrarsi nel nuovo tessuto urbano; ci sono i palestinesi della Cisgiordania e di Gaza, o ancora quelli della diaspora. Come si relazionano tra di loro? Quali sono i loro pensieri, le loro emozioni?
La scelta di portare in scena proprio l'Amleto di Shakespeare non è casuale: sono entrambe storie di fantasmi e soprattutto opere che offrono uno specchio della condizione umana, della complessità dell'essere umano. Mentre il romanzo scorre, in un continuo gioco tra prosa e teatro, con Sonia abbiamo modo di affrontare tutti questi fantasmi. Dai traumi del passato familiare legato alla Nakba, ma non solo, allo spettro continuo della violenza e dell'occupazione che non offre ai palestinesi alcuna forma di libertà. Sempre controllati, sempre impossibilitati a vivere una vita degna. Sonia deve anche fare i conti con i fantasmi più personali: dall'incomunicabilità con la sorella, ai non detti che la fanno sentire fuori quadro, fuori posto; ma anche per le sue relazioni amorose finite male, la perdita dei figli e la ferita ancora aperta per non essere mai diventata davvero madre. Interpretare Gertrude, una madre, la spinge proprio a riflettere su questo.
Sonia, precipitando nel suo ventre natale, si troverà a compiere un vero e proprio viaggio nella ricerca della propria identità. Inizialmente, infatti, si sente anche lei una sorta di traditrice: lei può muoversi - quasi - liberamente con il suo passaporto inglese e, inoltre, non ha vissuto di persona tante forme di violenza. È stata tenuta all'oscuro di diverse vicende familiari, che riguardano in particolar modo suo padre, ma anche la sorte della casa dei suoi nonni. Ma, passando quei mesi lì, può vivere sulla sua pelle tutto ciò che veramente accade in quella terra, può ritrovare la sua anima palestinese. Non ignorare più il fantasma, come tenta di fare anche la sua Gertrude, ma affrontarlo, guardarlo in faccia, e forse ritrovare così sé stessa.
Leggere le voci dei palestinesi, che siano rimasti lì a vivere o siano figli della diaspora, resta il modo migliore per me per conoscere davvero la loro storia, per smetterla di guardare dall'altra parte. Qui non ci sono bombe che spezzano vite umane, ma la violenza è sempre lì: negli sguardi, nei blocchi, nell'impossibilità di recitare o pregare nella moschea; una violenza psicologica e burocratica che tenta di cancellare l'identità prima dei corpi. Sono scene di vita quotidiana che nel corso degli anni i palestinesi hanno dovuto sempre affrontare e ora anche in condizioni ben peggiori. Eppure, tra queste righe, tra quei corpi-fantasma, continua a essere forte il legame che questo popolo meraviglioso ha con la sua terra, un rapporto così stretto, che neanche Israele potrà davvero sradicare. E portare Amleto su un palco, nella propria lingua, è anche un modo per non abbassare la testa: riappropriandosi così del proprio spazio, della parola, della propria identità. Il Fantasma del padre di Amleto chiede giustizia per un crimine commesso, così come i palestinesi che sin dal 1948 hanno visto la propria terra cadere nelle mani israeliane. Un'ingiustizia che continua ancora oggi, in forme ben più gravi.
Ecco perché non si può separare l'arte dalla politica, anzi, dall'umanità. Credo che sia essenziale continuare a riflettere su quello che accade, proprio anche attraverso la cultura. Relegare il teatro, il cinema, l'arte figurativa e la stessa letteratura a uno spazio neutro, a una forma di puro intrattenimento, a mio parere va a limitare il loro vero potere: quello di spingere lo spettatore o il lettore ad andare oltre, a prendere coscienza non solo di sé ma anche dell'altro, a preservare la propria umanità sempre più in bilico.
Quando guardano i loro soldati, gli israeliani vedono dei figli e delle figlie. Quando noi guardiamo i loro soldati, anche i nostri cuori accelerano, ma per altri motivi.





