Oggi è la Giornata internazionale della solidarietà al popolo palestinese. Ogni anno, in questo giorno, le Nazioni Unite sollecitano un'azione immediata nel tentativo di garantire ai Palestinesi i propri diritti umani, la sovranità e l'indipendenza dall'occupazione israeliana. La comunità internazionale sottolinea il suo sostegno al diritto al ritorno dei Palestinesi cacciati nel 1948 in seguito alla creazione dello Stato di Israele, dove più di 760.000 Palestinesi sono diventati rifugiati. Questa giornata è stata istituita il 2 dicembre del 1977 dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, attraverso la Risoluzione 30/40 B.
Non ho mai smesso di volgere il mio sguardo verso quella terra, anche se a volte ho bisogno di prendermi dei momenti per non crollare. Mi rendo conto di non essere così forte e, anche se forse in maniera egoistica, credo che preservare la mia sanità mentale sia fondamentale. Giuro che vorrei avere più coraggio e resistenza.
Comunque, come dicevo, non mi sono mai davvero allontanata dalla Palestina e oggi, più che mai, vorrei proporvi un libro bellissimo che, a mio avviso, tutti dovrebbero leggere: Il libro della scomparsa, di Ibtisam Azem.
Ho avuto l'opportunità di incontrare l'autrice al Salone del Libro di Torino, di ascoltare le sue parole, è per me è stato importante. Credo che sia fondamentale ascoltare le voci dei Palestinesi, perché solo così possiamo davvero comprendere non solo la Storia di quel popolo, ma anche quello che provano sulla propria pelle. Come ha detto anche lei:
I Palestinesi vogliono che si parli della verità, non vogliono qualcuno che li difenda.

Io, nel mio piccolo, voglio essere una sorta di canale di diffusione della loro voce. Anche perché credo che per comprendere davvero una situazione o un'emozione, non basta solo mettersi nei panni dell'altro, ma permettere all'altro di parlare, di non spegnere assolutamente i suoi ricordi, i suoi pensieri, ma anzi, aiutare, in qualche modo, a porli in risalto. Perché la memoria è un'altra forma di resistenza e va preservata, soprattutto quando un altro popolo - oppressore - cerca di cancellarla del tutto.
Il libro della scomparsa si apre proprio con una prima scomparsa. Quella della nonna di Alaa, un palestinese che vive a Tel Aviv. La sua tata la trova morta nel suo posto preferito: là di fronte al mare della sua amata Giaffa. La donna non ha mai lasciato la sua terra, anche quando vennero cacciati dalle proprie case e circondati da un filo spinato, anche se molti dei suoi famigliari e suo marito avevano scelto di andar via. Lei è rimasta lì, pur provando la sensazione di essere un'orfana nella propria casa, e cercando sempre di preservare la memoria dei luoghi, della Storia della Palestina.
Alaa scrive i suoi pensieri su un quaderno rosso, riversa le sue emozioni come se volesse continuare a parlare con la sua amata nonna anche ora che lei se ne è andata per sempre. Si crea così una sorta di gioco di specchi tra la Nakba, la cacciata dei Palestinesi dalla loro terra nel 1948, e la visione attuale. Alaa, infatti, vive nella Città Bianca che non dorme mai, quella Tel Aviv sorta sulla terra di Giaffa e dei suoi villaggi. In mezzo agli occupatori. E con loro instaura anche dei rapporti, più o meno civili, se così si può dire. Come il legame che si crea con Ariel, un ebreo che, invece, è cresciuto in una famiglia sionista e che ha perso suo padre nei cieli del Libano. I due uomini vivono nello stesso palazzo, si sono conosciuti per caso e, anche se non riescono a incontrarsi su certi pensieri di natura politica e storica, tra di loro si è creata un'amicizia.
Questo fino a quando, una notte, all'improvviso avviene qualcosa che andrà a sconvolgere tutto.
E se un giorno tutti i Palestinesi ancora presenti in Palestina scomparissero? Cosa accadrebbe? Cosa significa vivere senza il nemico immaginario? Quel 'altro' da odiare?
Nessuno si presenta a lavoro, nelle case tutto resta sospeso, niente è portato via: è ancora tutto lì, ma i Palestinesi sembrano non esistere più. Chi è stato? Cosa è veramente successo? C'è il rischio di un'invasione araba o di una guerra molto più violenta? O è l'esercito israeliano ad aver attuato un piano molto più feroce, l'ultimo atto di un progetto già avviato nel 1948 con la Nakba?
Tra queste pagine, Ibtisam Azem cerca di rispondere a queste domande o, meglio, di provare a riflettere sulle possibili reazioni degli Israeliani: c'è chi ha paura, chi prova gioia per essersi finalmente sbarazzati di un problema, chi lo interpreta come un miracolo divino, chi sta già progettando di andare a vivere in quelle case abbandonate. C'è anche chi prova a far aprire gli occhi gli altri, invitando a sbarazzarsi del complesso della vittima, chi ha sempre pensato che fosse fondamentale credere nella tolleranza e nel dialogo. Quello che è certo è che tutti sono in uno stato di attesa.
La cosa strana è che anche dei Palestinesi che tentano di tornare nella loro terra si perdono le tracce: come se la Palestina inghiottisse i suoi figli.
“Guerra” era una parola grande quando ero piccolo, ma poi sono diventato grande e lei si è fatta piccola.
Il tutto è narrato attraverso soprattutto due voci - anche se ci sono capitoli in cui troviamo altre figure -: quella di Alaa, attraverso il suo diario, quel quaderno rosso che Ariel trova e inizia a leggere, e quella di Ariel che riversa i suoi pensieri nel giornale per cui lavora. E noi possiamo leggere, così, due diverse percezioni e visioni dei due popoli.
È un romanzo pervaso da un realismo magico che però non è poi così distante dalla realtà. Una sorta di libro profetico - pubblicato per la prima volta nel 2014 - che sembra mettere in luce il pericolo che tutto ciò possa davvero accadere. Basti pensare a quello che sta continuando a fare il Sionismo in quella terra.
Ma è anche una lettura che parla di assenza e, soprattutto, di memoria.
Alla scomparsa dei Palestinesi si lega anche la prima scomparsa della nonna, ma anche di altri affetti e degli spazi. Dopo la Nakba, infatti, tutti i nomi dei luoghi vengono cambiati. Inizia una vera e propria cancellazione della cultura palestinese, una narrazione che vuole far passare un messaggio sbagliato. Una terra senza popolo. Cambiano i nomi delle strade, dei luoghi pubblici, delle città. Si costruiscono realtà diverse. E questo ben si comprende nella contrapposizione tra Tel Aviv, la città bianca, e Giaffa, una delle città più importanti dal punto di vista economico e culturale.
Nelle parole di Alaa si avverte tanta stanchezza e solitudine. In questo suo discorso con sua nonna, spesso emerge la sensazione di sentirsi stranieri nella propria terra. Eppure Giaffa e la Palestina tutta sono lì, nei ricordi, tra le strade della città vecchia, tra l'odore delle arance, tra i ricordi di una donna che nonostante l'orrore e il pericolo non ha mai voluto abbandonare la sua terra. Una Giaffa forse un po' diversa da quella che vive suo nipote, il quale però cerca di trovarne le somiglianze, quasi nel tentativo di aggrapparsi con forza alla memoria di quella terra che continuano a cercare di eliminare.
La tua Giaffa somiglia alla mia, ma non è uguale a lei. È come se lo fosse. Due città che si sono incarnate l'una nell'altra. Tu hai inciso i tuoi nomi nella mia città, e così mi ritrovo a essere uno che è tornato dalla Storia. Spossato, mi aggiro nella mia vita come uno spettro. Sì, sono uno spettro che vive nella tua città. Anche tu sei uno spettro che vive nella mia. E le chiamiamo entrambe Giaffa.
Credo che sia un libro che oltre a dar voce ai Palestinesi, riesca a portarci a delle riflessioni molto profonde. Sono pagine intense, alcune anche difficili da leggere, che però fanno pensare molto. A me ha molto colpito quando Alaa si pone domande su quegli artisti e ricchi israeliani che hanno occupato illegalmente edifici abbandonati tra le strade della città vecchia di Giaffa. L'uomo si domanda, infatti, come possano non avvertire il marcio dentro nel vivere in case rubate, infestate dalle persone cacciate, e che spesso non possono neanche fare ritorno.
E c'è proprio questo concetto dei fantasmi, che ho ritrovato anche in altri testi che ho letto (mi viene subito da pensare ai racconti di fantascienza presenti nel volume Palestina 2048. Racconti a un secolo dalla Nakba). Non solo legati ai ricordi, ma anche delle anime dei Palestinesi che continueranno comunque sempre a infestare quelle case, quelle strade, quella terra che appartiene loro e dalla quale continuano a essere cacciati, in questa Nakba senza fine. È una domanda che mi pongo spesso anche io: come fai a vivere in pace in una casa che hai preso con la forza? Come fai a non sentirti in colpa nell'aver rubato la terra ad altri, cercando ogni singolo giorno di cancellare la memoria di un popolo, la sua storia, la sua cultura, la loro vita?
E se un domani riuscirete davvero ad attuare il vostro piano orribile, se i Palestinesi non dovessero più esistere nella loro terra, riuscirete a vivere senza sensi di colpa? Come fate a essere così privi di umanità?
Questa occupazione poi si vede anche in Ariel che, forse inconsciamente, si ritrova proprio a occupare la casa di Alaa, a prendere le sue cose, a vivere la sua vita. Ariel può essere considerato una sorta di sionista liberale anche se, forse anche per la famiglia in cui è cresciuto, non riesce davvero a sradicare certi pensieri, a comprendere fino in fondo l'amico.
Quando capirai che Tel Aviv è la bugia a cui tutti hanno creduto? E poi Giaffa non era solo frutteti, e se anche fosse stata soltanto un deserto, questa menzogna a cui avete voluto credere non vi dà il diritto di ucciderci e di cacciarci. Lo sai? Se anche fossimo le persone più arretrate al mondo, questo non vi darebbe il diritto di espellerci! Non vi darebbe il diritto di ammazzarci! Andate a combattere contro l'Europa che vi ha cacciati e uccisi.
Come dicevo, oltre alle voci dei due protagonisti, ci sono anche altre storie. Una delle più intense è sicuramente quella di un soldato che in passato ha violentato una donna palestinese e che non ha mai trovato il coraggio di chiederle perdono. E ora che lei non esiste più, potrà davvero vivere con quel forte senso di colpa?
Scrivere di questo libro non è per nulla facile, perché secondo me è una di quelle letture che dà proprio tanto. I Palestinesi chiedono di essere ascoltati, di non essere dimenticati. Chiedono di essere visti da un mondo che continua da un lato a voltarsi dall'altra parte, e dall'altro lato a offrire armi e soldi proprio a quello Stato che minaccia la sua esistenza da troppo tempo. Oggi con ancora più ferocia.
Forse non abbiamo il potere di far cessare tutto, ma credo che sia importante almeno ascoltare e diffondere le loro voci: non far disperdere la memoria di questa terra, di questo splendido popolo. Essere un canale per veicolare i loro pensieri, la loro resistenza, la loro cultura. Questo, be', possiamo farlo, no?
Ho davvero amato questo libro. Il rapporto di Alaa e sua nonna è meraviglioso. Ma offre davvero tanti altri spunti di riflessione. Vi consiglio con tutto il cuore di recuperarlo.
Brindo a te, nonna, e alla Palestina. Ah, quant'è bella la Palestina.




