Il confine non è sempre e solo uno spazio geografico, ma anche una cicatrice interiore.
Forse crescere in una patria ben definita dove non ci sono guerre e dove, nonostante tutto, continuiamo ad avere la piena di libertà di muoverci ed essere noi stessi, non ci aiuta a comprendere appieno la narrazione di chi, invece, ha vissuto la sua vita in zone dove non si è avuto un attimo di pace, in cui la propria identità è stata spezzata.
Ecco, io non credo di poter capire del tutto, ma posso ascoltare. Smetterla di essere cieca al rosso del sangue, e imparare a vedere oltre, a ricevere la voce delle tombe, custodirla e diffonderla.
Aliyeh Ataei è nata in Iran, ma è figlia di rifugiati afghani fuggiti dopo l'invasione sovietica dell'Afghanistan. Hanno vissuto proprio al confine tra i due stati, nel Khorasan meridionale, in una condizione di perenne labilità. Con parenti sparsi ai due lati del confine e il vento della Storia che cambia continuamente gli attori sulla scena geopolitica è difficile riuscire a comprendere quale sia la propria identità. In quello spazio che è una sorta di non-luogo, ci si sente sempre un'estranea, una migrante, una rifugiata. Qual è la tua patria? Chi sei veramente?
Ho visto la guerra cambiare volto e rinascere, mentre noi, a riprova del fatto che le cose si trasformano, siamo caduti in rovina.

In Ciechi al rosso Ataei cerca di riflettere sui concetti di identità, migrazione, esilio, memoria e traumi narrando alcune storie della sua famiglia, di sé stessa. Non sceglie di essere una narratrice della patria, né della guerra, né dell'esilio: lei vuole essere la voce delle tombe, per raccontare il sangue versato che il mondo continua a ignorare, che non è in grado o non vuole vedere. Perché forse così è più comodo.
Ed ecco che tra queste pagine scorrono la storia di suo padre, scappato dall'Afghanistan ma pronto a seguire una guerra iraniana, se non fosse per una malattia che lo rimanda a casa. Il ricordo più vivo che ha di lui è quel dolore alla mano, dovuto a un morso dell'uomo durante una delle sue crisi epilettiche, che ancora pulsa dopo anni. Le lettere del suo primo vero amore, un cugino innamorato della scrittura di Šolochov barbaramente ucciso in una terra dove gli amici diventano facilmente nemici, dove gli eroi di ieri diventano i criminali di oggi. O quella di una zia che torna in Afghanistan dopo aver vissuto tanti anni a Londra, e qui le viene mozzata la lingua perché sceglie di insegnare ai ragazzi e alla ragazze l'inglese. Eppure i suoi occhi continuano a sorridere.
In quello spazio liminale i bambini giocano a raccogliere scorpioni, incuranti del pericolo della morte. Come se ormai, assuefatti alla guerra, a quei corpi mutilati, alle perdite continue, non avessero più davvero paura di morire. C'è chi sogna di ricostruire un mondo e chi ormai vive lontano, chi tenta di scappare anche in modi illegali e pericolosi, chi nella tratta di vite umane cerca di guadagnarci e chi spera di trovare una famiglia. C'è anche tanta forza nelle donne, nonostante tutto. Donne i cui diritti l'autrice difende.
Tra queste pagine scorre anche il sangue: in una ferita, una lingua mozzata, un corpo che torna a metà, uno scontro con dei teppisti iraniani che non sopportano le donne afghane, corpi privi di vita. Ma anche quel liquido che scorre nelle vene e che rende fratelli anche quando non lo si è veramente... perché si condividono gli stessi geni del dolore, un sangue del medesimo colore.
Noi portiamo addosso le ferite di guerre tribali. La nostra tribù è quella che ha colpito di più, ucciso di più, mozzato di più. È colpa degli stranieri? No, noi siamo gli eredi della nostre tribù. Quando ci scagliamo senza pietà gli uni contro gli altri, città o deserto fanno lo stesso. E mentre ci azzuffiamo gli stranieri si impadroniscono di casa nostra. È semplice, ci divoriamo tra di noi e gli altri ci divorano. Noi a recitare il Corano prima di sgozzarci tra fratelli, loro a farsi il segno della croce prima di bombardarci.
Il Medio Oriente è il luogo in cui da troppo tempo si svolgono i maggiori conflitti tra Occidente e Oriente. Cambiano gli attori sul campo, ma a farne le spese sono sempre gli innocenti. In quel confine e nella terra dei suoi genitori, l'Afghanistan, non sembra esserci pace: comunisti, mujahidin, talebani, statunitensi e poi ancora talebani. Guerre fratricide tra tribù, a cui si aggiunge l'ipocrisia di chi si presenta come il salvatore, l'esportatore di democrazia... tutto ciò provoca solo morti, distruzione, lasciando famiglie a pezzi, dolore, e un territorio instabile. In quei paesi di frontiera tutti portano dentro ferite mute e profonde inflitte dalle macropolitiche urbane. Un conflitto che cambia volto e rinasce, mentre gli innocenti cadono in rovina.
Ataei parla di generazioni - di cui fa parte - senza radici segnate dalla sofferenza della fuga e dal rimpianto di non poter restare.
Mentre cerca di raccogliere la terra, lì dove riposano i suoi cari, che le scivola tra le dita come se non riuscisse a trattenerla, ci lancia un grido di dolore e rabbia che ho sentito nel profondo: possiamo davvero restare immobili, continuare ad avere questo filtro selettivo che deumanizza l'altro? Possiamo continuare a essere così ciechi al rosso del loro sangue?
Ho trovato questo libro di un'intensità così profonda da lasciarmi, in dei momenti, senza fiato. Solo negli ultimi anni ho iniziato a togliere quel velo che celava il mio sguardo occidentale e a guardare oltre, in quelle terre in conflitto, tra quelle persone che spesso non possono scegliere. Identità mutilate, tratte inumane, città e ricordi distrutti. E per cosa? Per quali ideali? Per quali religioni? Leggere queste storie fa male, ma è un dolore minimo in confronto al loro. Un dolore che dovremmo far nostro, riuscendo ad andare oltre i nostri soli interessi, a provare quell'umanità che si sta sempre più perdendo.
Non so se con le mie parole riesca a rendere la bellezza di un tale testo lirico, diretto e profondo, ma so che è quella tipologia di lettura che può arricchire moltissimo, che non può lasciarci nell'indifferenza. Aliyeh Ataei non consola, smove qualcosa dentro, ti ferisce anche, ma ti spinge verso una nuova consapevolezza.
Una volta che viene esploso il primo colpo, l'impatto si ripercuote per dieci generazioni. La devastazione non ha fine. Una volta che fuggi, il resto della vita lo passi a fuggire, anche sotto la bandiera delle Nazioni Unite, della Croce Rossa... La bandiera bianca della pace è crivellata di mille colpi.
Ringrazio di cuore Utopia Editore per la copia, e anche per il bellissimo lavoro che stanno facendo nel portare anche queste voci da noi.





