Il silenzio è resa. Storie di sopravvivenza, vita e morte a Gaza, di Asem Al-Jerjawi

6 ago 2025

Libri

Continuo a leggere voci palestinesi e, ogni volta, penso a Primo Levi. 
Non è per fare un costante paragone tra due genocidi, ma perché mi tornano alla mente quelle immagini così precise che l'autore torinese ha lasciato impresse nei suoi libri, soprattutto in Se questo è un uomo. 
Tanto freddo. Tanta fame. Tanta fatica.

È questo che stanno provando anche gli abitanti di Gaza soprattutto negli ultimi due anni, in quella prigione a cielo aperto che sta diventando un vero e proprio cimitero dove anime palestinesi, smembrate, sfigurate e abbandonate vagano alla ricerca di un senso, e continuano lo stesso a lottare per la propria sopravvivenza e a sperare in un possibile ritorno a casa.  

Questo emerge soprattutto nelle tre storie scritte da Asem Al-Jerjawi, un giovane giornalista freelance palestinese di soli 23 anni, che la casa editrice Another Coffee Stories ha deciso di pubblicare, non solo per trasmetterci questo grido politico e umano teso a smuovere le coscienze - se ancora c'è bisogno di farlo -, ma anche per poterlo aiutare. Anche in questo caso, infatti, come per Naim, tutto il ricavato andrà a sostenerlo. 

Io ho accolto la proposta di Michela - curatrice della collana Voci dalla Palestina -, perché vorrei nel mio piccolo contribuire a costruire questi ponti di speranza. Perché non riesco a voltarmi dall'altra parte. E, se anche solo attraverso la diffusione delle loro voci io riesco a fare qualcosa, per me è importante.

Ma parliamo di Asem e di questo suo testo prezioso, che anche in questo caso mi ha commossa profondamente.


Sono già sopravvissuto a cinque guerre: 2008-09, 2012, 2014, 2018-19 e 2021. Ma non sono sicuro di sopravvivere a questa. Ciò che mi spaventa di più non è la morte. È essere dimenticato.


© una valigia ricca di sogni - marta.sognatrice

Il silenzio è resa, storie di sopravvivenza, vita e morte a Gaza, è una raccolta di tre articoli in cui Asem Al-Jerjawi racconta in prima persona la sua esperienza diretta di sfollato, ma condivide anche le voci di uomini, donne, e bambini che lottano ogni giorno per la loro sopravvivenza. Asem ci porta anche dati precisi su temi come la malnutrizione giovanile, il costo sproporzionato dei beni alimentari di prima necessità, ma anche storie che arrivano da sotto le macerie delle case distrutte. Sono storie che - per rubare le parole secondo me perfette di Michela nella post-fazione - hanno una scrittura precisa, ma mai fredda. Una scrittura che sanguina. Leggerle significa avere quelle immagini impresse nella mente, impossibili da rimuovere. 

Questo documento di resistenza, come dicevo, è suddiviso in tre sezioni: Il silenzio è resa - Divido un pane in quattro - Quelli che rimangono.

Ne Il silenzio è resa Asem ci parla in prima persona della sua esperienza di sfollato. Lui è la sua famiglia, infatti, sono stati sfollati sei volte. Il 13 ottobre del 2023 è iniziata la sua Nakba personale. Asem fa riferimento alla Nakba che ha dovuto affrontare suo nonno, ma ci mostra come l'attuale sia ancora più feroce. Perché in questo caso non siamo di fronte a un semplice piano di sfollamento, ma a un vero e proprio obiettivo di cancellazione. 
Ed è proprio in questo racconto che io ho ricordato le parole di Levi. Quel freddo, quella fame, quella fatica. 
Pensiamo a queste persone che sono costrette ad abbandonare le loro case - distrutte - e a vivere in tende che non possono proteggere dal freddo. L'acqua della pioggia entra dalle fessure, il freddo penetra nelle ossa. E poi anche dormire diventa un privilegio. Razzi, carri armati, bulldozer e bombe danno il tormento, soprattutto di notte. 

Quello che continuano a ripetere tutti i Palestinesi e qui anche Asem è la paura di essere dimenticati. Ecco perché raccontano queste storie, nella speranza che possano sopravvivere anche se la vita dovesse finire. Ed ecco perché io continuo a pensare a quanto sia fondamentale ascoltarli e contribuire nel nostro piccolo a essere un ponte, perlomeno condividendo tutto per quello che possiamo, anziché voltarci dall'altra parte e pensare solo a noi stessi.


Senza casa, senza lavoro e vivendo nella paura costante, si aggrappa a una cosa: la speranza. «Tutto ciò che mi rimane è la volontà di sopravvivere, e la speranza di tornare.»


In Divido un pane in quattro la sua voce s'intreccia a quella di una madre e di un padre che non riescono a trovare il cibo per i loro bambini. Uomini e donne che avevano un lavoro, una vita normale, ma che si ritrovano a vivere un inferno, in cui diventa sempre più difficile anche solo trovare acqua pulita o un pezzo di pane per sfamare le loro famiglie. Perché se non ci pensano le bombe, ora a ucciderli arriva la fame. I beni di prima necessità sono introvabili o hanno prezzi spropositati, la malnutrizione giovanile è prossima al 50%. Asem ci lascia dei dati ben precisi, che vanno ben oltre le immagini di propaganda in cui fingono di donare aiuti e, invece, buttandoli dal cielo vanno a provocare solo altra morte...
Eppure tra l'orrore, quello che stupisce e accresce la mia ammirazione per questo popolo, è sempre la presenza della speranza che permette di trovare la forza per sopravvivere. O almeno, tentare di farlo.

Nell'ultima storia, Quelli che rimangono, invece Asem ci porta una testimonianza ben precisa. Quella di Hala, una ragazza che ha perso quasi tutta la sua famiglia dopo che un missile ha colpito e distrutto la loro casa. Qui si dà voce anche a coloro che restano. Costante resta quella domanda che ho letto più volte anche in altre testimonianze: Perché io? 
Perché se la morte è terribile, anche per chi è rimasto diventa tutto più difficile: tra il senso di colpa per essere sopravvissuto, e i traumi che una tale esperienza può portare, soprattutto sui più piccoli, diventa davvero complicato andare avanti. L'UNICEF ad esempio ha dichiarato che circa un milione di bambini a Gaza hanno urgente bisogno di supporto psicologico.


Secondo l’Anagrafe Civile Palestinese, oltre 1.200 famiglie sono state completamente cancellate dai bombardamenti israeliani. Altre 3.400 famiglie hanno perso la maggior parte dei loro membri.


Mi fermo qui, perché il testo è davvero breve - e lo potete trovare anche in inglese - e credo che sia fondamentale andare a leggere direttamente le sue parole. Ma volevo lasciarvi qualche spunto per comprendere l'importanza di recuperare la sua testimonianza.

Asem ha scritto anche per We are not numbers e per numerose testate giornalistiche, come Al Jazeera English, Middle East Eye, Mondoweiss, Washington Report on Middle East Affairs, The New Arab e Palestine Chronicle, tra le altre.

I Palestinesi non sono solo numeri. Hanno nomi, hanno storie, hanno sogni, e vogliono semplicemente vivere in maniera dignitosa. Parlare di e con loro o condividere le loro voci significa anche dimostrare che no, non saranno dimenticati. Per questo io continuo a farlo e spero che pian piano sempre più persone si uniscano. Ognuno di noi può trovare il suo modo di contribuire alla causa. Io ho scelto di ascoltare e condividere sul mio blog e i miei social le loro storie (e non solo).

Se volete acquistare il libro lo trovate qui.


Quando le persone vedono Gaza, vedono rovine. Non vedono la resilienza, le risate dei bambini tra le macerie, le radici ostinate che ci tengono ancorati a terra. Non siamo solo statistiche o titoli. Siamo famiglie, siamo storie, siamo casa.
Continuerò a raccontare la nostra storia, perché il silenzio è resa. E noi, la gente di Gaza, ci rifiutiamo di scomparire.

IL LIBRO

Il silenzio è resa. Storie di sopravvivenza, vita e morte a Gaza
Asem Al-Jerjawi
Casa editrice: Another Coffee Stories
Traduzione di: Angela Conte
Pagine: 60
Prezzo: 15.00€
Anno di pubblicazione: 2025
Commenti
Ancora nessun commento.

TAGS