Chi è il vero mostro?
Questa è una domanda che spesso emerge durante le mie letture, e non solo. Forse perché è uno dei temi che più mi piace affrontare. Ci invita a una riflessione importante, che può riguardare anche noi stessi e il nostro modo di pensare. Nella letteratura, così come nel cinema, ci sono stati diversi mostri che ci hanno portato a porci una tale questione. La Creatura, Quasimodo, Erik e così via, sono loro i veri mostri o forse no?
In questo caso, ci troviamo di fronte a una ragazza bellissima e letale, come i fiori del giardino di cui è chiamata a occuparsi: Beatrice.
Dopo La lettera scarlatta, torno a leggere Nathaniel Hawthorne, dunque. E La figlia di Rappaccini, pubblicato da Rebelle Edizioni in questa nuova e meravigliosa veste illustrata da Marco Calvi - un artista che personalmente adoro - mi ha colpito davvero molto. È una fiaba oscura che intreccia bellezza e veleno, amore e tossicità, purezza e arroganza, ma anche scienza e moralità. Poche pagine, ma molto dense per temi. Un volume prezioso, in cui l'arte di Marco si sposa perfettamente con le descrizioni evocative di Nathaniel, andando a far emergere la parola, a farla sbocciare come un fiore.
«Donami il tuo respiro, sorella», disse Beatrice, «perché l'aria comune mi fa sentire debole. Dammi il tuo fiore, che staccherò con dita gentili dal suo gambo per tenerlo vicino al mio cuore».

Giovanni Guasconti, un giovane del sud Italia, giunge a Padova per studiare all'università. Va ad alloggiare in un'ampia e cupa stanza di un vecchio edificio, con una finestra che dà su un magnifico giardino colmo di piante che sembrano essere coltivate con estrema cura. L'anziana che lo ospita gli riferisce che il giardino è di proprietà di Giacomo Rappaccini, famoso dottore e scienziato. Si dice che distilli queste piante in medicine potenti come un incantesimo.
Giovanni, fermo davanti alla finestra, osserva l'uomo che sembra evitare le piante, come se emanassero un qualche influsso malefico. Ma poi scorge lei, Beatrice, la figlia di Rappaccini, una ragazza bellissima che, invece, sembra non aver alcun problema a sfiorare quei fiori. Quasi come se fosse la sorella umana di quegli arbusti, bella quanto loro e forse anche più bella, ma pur sempre da toccare solo con un guanto e da avvicinare con una maschera.
Il giovane ne resta subito, profondamente, colpito. A nulla servono le raccomandazioni di Pietro Baglioni, docente di medicina e medico di grande fama, che cerca di metterlo in guardia da Rappaccini, perché a suo dire usa i pazienti solo come esperimenti per la sua sete di conoscenza.
Giovanni vuole conoscere Beatrice e, un giorno, scende proprio nel giardino. E le loro due solitudini sembrano unirsi. Lei che fino a quel momento aveva rifiutato ogni pretendente, ora si apre a quel ragazzo.
Ma Beatrice è davvero una figura luminosa e sincera, oppure un essere misterioso e inquietante?
La figlia di Rappaccini è un così breve racconto che dirvi di più significa forse svelare troppo. È una fiaba oscura e gotica, che gioca molto con la dualità di diversi temi. C'è la scienza, rappresentata dai due adulti: da un lato Rappaccini e dall'altro Baglioni che sembrano entrambi, in modo diverso, sacrificare l'umanità in favore della conoscenza o della rivalità scientifica. Dall'altro la moralità messa da parte in favore di una follia che spinge otre i limiti della stessa scienza, anche a discapito delle vite umane.
Si parla anche d'amore, quello che sembra scattare tra i due giovani. Un amore che può essere visto come una forza purificatrice che potrebbe salvare, ma allo stesso tempo anche come un qualcosa di tossico e distruttivo che può portare alla perdita dell'innocenza, ma anche a un estremo sacrificio.
E poi c'è la natura, che non è semplicemente ambientazione e splendido sfondo alle vicende, ma è essa stessa protagonista. Quel giardino con fiori e piante bellissime, è allo stesso tempo colmo di veleni fatali.
Chi è davvero la vittima di questo gioco più grande? In verità, l'autore ce lo rende ben chiaro. Beatrice è la vittima degli uomini, di chi gioca con la sua esistenza, di chi per paura non si espone, non tenta di salvarla, di chi è mosso da una sorta di rivalità e non prova pietà alcuna.
Nathaniel Hawthorne narra questa storia con un linguaggio ricco e simbolico, ma anche molto poetico ed evocativo. Ti sembra di sprofondare in quel misterioso e incantevole giardino, tra bellezza ed effluvi di morte. Le illustrazioni di Marco Calvi, aiutano ancora di più il lettore a vedere la storia non solo immaginandola nella propria mente, ma proprio lasciando affiorare la parola scritta come immagini e disegni che incantano.
Come dicevo, io amo moltissimo l'arte di Marco, la sua capacità di riuscire a trasmettere con precisione ogni descrizione e personaggio, con uno stile inconfondibile che rimanda un po' all'Art Nouveau, ma con delle tonalità - come è ovvio per questo volume - più oscure, cupe. Così come il testo è fortemente simbolico, anche la sua arte ne riesce a trasmettere una tale potenza espressiva. Illustrazioni che occupano l'intera pagina s'intrecciano alle descrizioni, quasi giocando con il testo, con foglie e rami che scorrono tra i personaggi e sembrano quasi voler estendersi oltre il limite delle pagine, come a guidarci in questo tortuoso cammino. Riesce a rappresentare bene la bellezza e la morte, la tristezza e la dolcezza del primo amore, o la malinconia di un'infanzia solitaria, ma anche la rabbia e la paura, la sensualità e la purezza.
Erano soli, completamente soli, e nemmeno la folla più assurda avrebbe potuto colmare quel vuoto attorno a loro. Non avrebbe dovuto, allora, quel deserto d'umanità spingerli ancora di più l'uno verso l'altra? Se non erano gentili tra loro, chi mai lo sarebbe stato?



[Di seguito troverete dei pensieri più approfonditi che rischiano di svelare qualcosa in più. Quindi, se odiate eventuali spoiler, vi consiglio di non continuare].
Non so se le mie riflessioni siano corrette, ma ho pensato subito all'altra figura femminile più conosciuta nata sempre dalla penna di Nathaniel Hawthorne: Hester de La lettera scarlatta. In verità sono due donne sicuramente differenti, ma ho scorto dei temi in comune. Trovo, infatti, che entrambe siano vittime non solo degli uomini, ma anche della società.
Da un lato abbiamo Beatrice, una ragazza cresciuta sin da bambina da un padre che ha visto in lei solo un esperimento, nutrendola di veleni e isolandola dal resto del mondo per questa sua tossicità. Dall'altro, Hester che per aver avuto una figlia da un uomo che non è suo marito, viene stigmatizzata dalla società puritana e costretta a indossare un simbolo di immoralità, quella A da appuntare sempre al petto.
Attorno a loro ci sono soprattutto due uomini che sembrano, in qualche modo, controllare il loro destino: Rappaccini e Giovanni, e Dimmesdale e Chillingworth. Un padre che la usa per i suoi esperimenti, per il suo desiderio assurdo di conoscenza, e un giovane ragazzo che si perde tra paura e indecisione, anziché tenderle la mano. Un pastore mosso dal senso di colpa, e un marito egoista e vendicativo.
La differenza sta nel fatto che, da un lato, avremo un estremo sacrificio, dall'altro una sorta di riscatto. Hester, forse, più adulta e temprata rispetto a Beatrice, riesce a dimostrare una gran forza e resilienza.
Quello che è certo è che in entrambi i casi sono le donne a emergere, a toccare davvero il cuore del lettore; mentre gli uomini non ci regalano per nulla una bella immagine, neanche l'ingenuo Giovanni, per quanto mi riguarda.








