La poesia Palestinese: un grido di resistenza e di speranza

5 set 2025

Libri

Sumūd significa 'fermezza' o 'perseveranza incrollabile', e incarna una combinazione di resilienza, resistenza e determinazione di fronte alle avversità. Riferito spesso alla lotta palestinese, rappresenta la resistenza quotidiana non violenta contro l'occupazione e la pulizia etnica.

Ho voluto riprendere queste parole di una nota nel testo Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza, perché mi ha molto colpito il suo significato. Se c'è una cosa che ammiro molto del popolo palestinese è proprio questa perseveranza incrollabile contro le avversità della vita, o meglio, in questo caso dell'occupazione, della crudeltà del sionismo degenerata in un vero e proprio genocidio. 

I Palestinesi amano la vita e lottano ogni giorno. Non dagli ultimi anni, ma da almeno 77 e forse anche di più. E hanno sempre cercato di resistere non solo attraverso le armi, ma anche con l'arte e ancor di più con la poesia. 

Come dice Ilan Pappé, la poesia è sempre stata una delle manifestazioni più importanti della cultura araba, sia alta sia popolare. Ed è dal 1948 che si afferma come il genere letterario per eccellenza nella Palestina occupata. La poesia diviene quindi non solo una forma letteraria, ma un vero e proprio grido nel tentativo di abbattere il muro di silenzio del mondo, e lasciare emergere così uno scorcio sulla sofferenza e la resilienza, ma anche sull'amore, sulla vita, sul coraggio di un popolo che vorrebbe solo vivere tranquillo nella sua terra, in maniera dignitosa. 

Non so parlare di poesia. È uno dei generi che leggo davvero raramente, ma in questo caso ho voluto provarci. Perché è anche attraverso questa forma d'arte che si possono ascoltare le voci dei Palestinesi, le si possono diffondere, e contribuire nel nostro piccolo a sollevare la polvere delle macerie, a non smettere mai di volgere lo sguardo verso di loro, verso la verità. 

Oggi vi propongo, in particolare, tre testi diversi che però hanno un filo nella storia. 


© una valigia ricca di sogni - marta.sognatrice



Vorrei che questa poesia non finisse mai, è l'ultima raccolta di Mahmud Darwish, il cantore della resistenza palestinese e forse il poeta più famoso e caro. Darwish ha vissuto la Nakba: il suo villaggio natale, Al-Birwa fu distrutto e con la sua famiglia fu costretto a fuggire in Libano, anche se tornarono illegalmente in Palestina dopo un anno, avendo sempre la percezione di essere degli ospiti illegali. Per aver recitato poesie sovversive in pubblico fu più volte arrestato. E dovette subire anche il dolore dell'esilio. In questa raccolta di poesie pubblicata postuma e per la prima volta tradotta interamente in Italia dalla casa editrice emuse, intreccia le sue esperienze personali con temi universali della vita e della morte, accettando l'inevitabilità del destino. Il suo è una sorta di testamento finale, nell'ultimo atto della sua esistenza. Temi generali delle sue poesie sono l'identità palestinese messa in discussione a causa dell'occupazione, la perdita, l'amore, il dolore dell'esilio, ma anche la resistenza e la dignità palestinese. Di lui vi consiglio anche di recuperare Una trilogia palestinese, libro per cui spero di riuscire a trovare un giorno le parole.
Lascio qui una delle poesie contenute in questo testo, perché sicuramente è molto più utile di tante mie parole.

Qui e ora.

Qui e ora... la storia non si cura né degli alberi
né dei morti. Agli alberi spetta crescere alti
e non assomigliarsi in altezza ed estensione.
Ai morti, qui e ora, spetta trascrivere 
i propri nomi e sapere come morire soli.
Ai vivi spetta vivere insieme, e non saper vivere
senza una leggenda scritta che li salvi dall'inciampare
nella flaccida realtà e nella retorica del realismo
e dire:
siamo ancora qui
a osservare una stella che penetra ogni lettera dell'alfabeto
e a cantare:
siamo ancora qui
a sorreggere il fardello dell'eternità.


Dal fiume al mare è la prima raccolta tradotta in italiano - sempre da emuse - dell'autore palestinese Samer Abu Hawwash. Viene descritta come una poesia surrealista, perché rompe con le regole della tradizione e modella il verso a suo piacimento, ma è anche una poesia di rivolta non soltanto contro uno stato di fatto intollerabile, ma anche contro i limiti della condizione umana.

In questo caso lo sguardo è molto più attuale, e si posa proprio sulle macerie di una terra martoriata. Samer Abu Hawwash riesce a evocare con la parola molte di quelle immagini che vediamo scorrere sotto i nostri occhi in questi due anni. Le macerie di Gaza, gli sguardi dei bambini in mezzo alla distruzione, genitori che devono segnare i nomi dei loro figli sulle braccia per identificarli se vengono uccisi, e altri orrori che osserviamo dietro a uno schermo. Riesce a rendere davvero con lucidità quello che è sempre più difficile descrivere. Interessante è anche il contrasto tra carnefici e vittime: da un lato i primi vengono descritti quasi come belve feroci che strepitano e urlano, in contrapposizione al silenzio e alla voce tenue, simile a una preghiera o a un lamento, di chi è colpito. Tra queste righe ho ritrovato anche Khaled Nabhan, che stringe dolcemente tra le sue braccia la sua piccola Reem, anima della sua anima, spirito del suo spirito. Ed è proprio questa poesia che voglio donarvi.

L'ultima città (lo spirito dello spirito)

Negli edifici distrutti di quest'ultima città
in questa notte che è la notte
accanto al tuo lettino
che i mostri hanno fatto a brandelli
rimango spoglio di me
e di ogni cosa.  

Con queste esili mani ti sostengo
e ti abbraccio
fino al punto più lontano che il mio cuore può raggiungere 
ti sollevo in aria
come sei leggera ora, piccola mia
e quanto è pesante quest'aria 
e questo corpo
che un tempo era tuo

ti tengo...
ti tengo realmente?
Un uomo porta la propria anima 
come un assassino porta la sua camicia intrisa di sangue?
Un uomo nasce dalle sue lacrime
come un albero nasce dalle sue foglie?
Un nonno nasce dalla sua nipotina
come un gelsomino nasce dal suo profumo?

Ti tengo, piccola mia,
come se tenessi in una volta sola tutte le pietre, le anime, il sangue, le grida, le ombre, i giorni
i tempi morti
e le mattine abortite
come se tenessi tutti i giorni che si sono prosciugati
sulle tue labbra
tutte le pianure che si sono perse 
nei tuoi occhi
tutti i monti che si sono trasformati in una manciata di polvere
sotto i tuoi piedi che non calpesteranno dopo oggi
questa arida terra. 

Spoglio rimango tra le tue piccole mani
affogato nella tenerezza del tuo tocco assente
compiendo l'abluzione alla luce dei tuoi occhi chiusi
come se io ora fossi tutti i morti
come se tu fossi tutte le nascite

e non so, piccola mia
in quel momento hai provato dolore?
Brillava per te una luce in quel cielo sterile?
Ti ha abbracciato un angelo misericordioso?
La tua mamma ha messo la mano sul tuo cuore
affinché il suo non esplodesse?


Restiamo sul presente e questa volta diamo voce a molti ragazzi di Gaza, con il volume Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza, di cui vi ricordo che per ogni copia venduta 5 euro saranno donati a Emergency. Il testo curato da Antonio Bocchinfuso, Mario Soldaini e Leonardo Tosti è pubblicato da Fazi Editore e racchiude una selezione di poesie di dieci autori palestinesi: Hend Joudah, Ni'ma Hassan, Yousef Elqedra, Ali Abukhattab, Dareen Tatour, Marwan Makhoul, Yahya Ashour, Heba Abu Nada (uccisa nell'ottobre 2023), Haidar al-Ghazali e Refaat Alareer (ucciso nel dicembre del 2023).
È anche arricchito dalla preziosa prefazione di Ilan Pappé (Brevissima storia del conflitto tra Israele e Palestina, 10 miti su Israele), ma anche da due interessanti interventi firmati dalle penne di Chris Hedges (Un genocidio annunciato), e di Susan Abulhawa (Ogni mattina a Jenin).

Leggere queste poesie mi ha portato a riflettere su un pensiero sorto in questi ultimi anni: da un lato c'è chi porta morte, dall'altro chi continua a trasmettere vita, speranza, amore in generale. L'arte ha sempre rappresentato per me - e credo un po' per tutti - una forma di speranza, di aiuto, di resistenza. Scriviamo per non crollare, o magari per creare qualcosa che possa emozionare l'altro, o ancora che possa resisterci oltre la morte. Scriviamo per raccontare al mondo quello che abbiamo dentro. E, in questo caso, questi giovani palestinesi cercano di buttare sulla carta (o sui social) quello che vedono, che sentono, che provano sulla loro pelle per elevare in alto il loro grido, per abbattere quel muro di silenzio che il mondo ha sempre sollevato in tutti questi anni - e non solo negli ultimi due -. Sono persone che hanno sì la consapevolezza di poter morire, ma allo stesso tempo mantengono la loro umanità, nonostante siano circondati da un orrore così immenso che diventa davvero difficile esprimerlo a parole. Eppure loro lo fanno. Cantano l'amore per la propria terra, ma anche le ferite, la paura, la difficoltà di una madre o di un padre nel proteggere i propri figli; tessono parole tra le tende dove il vento s'insinua, gelido, da ogni fessura; descrivono con acuta lucidità i puzzle che i bambini devono completare per ricomporre il corpo del loro padre... 
Eppure c'è anche la speranza, in un mondo che sembra finalmente forse udire la loro voce. Scrivono poesia con il loro sangue, da essa traggono nutrimento. Perché la poesia è vita, in netto contrasto con quelle armi che sanno solo annientare.

C'è anche bellezza che affiora nell'orrore. Sta a noi cogliere anche queste parole, sentirle nella nostra anima, e contribuire a diffonderle. Non restare indifferenti. Mai. 

15/10/2023

Noi lassù costruiamo una seconda città,
medici senza pazienti né sangue,
insegnanti senza aule gremite e urla agli studenti,
nuove famiglie  senza dolori né tristezza,
e giornalisti che fotografano il paradiso,
e poeti che scrivono sull'amore eterno,
tutti da Gaza, tutti. 
Nel paradiso c'è una nuova Gaza che si sta formando ora, senza assedio.

- Heba Abu Nada, uccisa il 20 ottobre 2023 a Khan Yunis, da un bombardamento israeliano.


Io non so scrivere di poesia, ma vi invito, se potete, a leggere la loro voce. È importante continuare a essere anche noi una luce accesa verso di loro. Perché i sionisti stanno cercando in ogni modo di silenziarli, ma noi possiamo aiutare. Credo che la paura più grande sia quella di essere dimenticati, di continuare a non essere ascoltati. I Palestinesi hanno sempre cercato di farlo, ora, più che mai possiamo far risuonare il nostro grido, che sia speranza, che sia voce, che sia una storia. 


I LIBRI

Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza
AA Autori Vari
Casa editrice: Fazi Editore
Traduzione di: Ginevra Bompiani, Nabil Bey Salameh, Enrico Terrinoni
Pagine: 146
Prezzo: 12.00€
Anno di pubblicazione: 2025
Dal fiume al mare
Samer Abu Hawwash
Casa editrice: Emuse
Traduzione di: Jolanda Guardi, Luisa Franzini
Pagine: 104
Prezzo: 15.00€
Anno di pubblicazione: 2024
Vorrei che questa poesia non finisse mai
Mahmud Darwish
Casa editrice: Emuse
Traduzione di: Sana Darghmouni
Pagine: 96
Prezzo: 16.00€
Anno di pubblicazione: 2024
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