
Quando si nomina Louisa May Alcott il pensiero corre subito alle sue Piccole Donne. Eppure, l'autrice americana ha scritto molto altro, con il desiderio di allontanarsi da quelle pappette morali che era stanca di fornire ai giovani. Alcott ha scritto romanzi e racconti con protagoniste femminili molto forti, a tratti lontane dall'ideale dell'epoca. Ha provato a portare tra le pagine sfumature gotiche, ma non solo, anche temi che forse non ti aspetteresti: violenza e soprusi degli uomini, come nel caso di Un sussurro nel buio, ma anche manipolazione mentale, uso di droghe, adulterio e atmosfere sottilmente erotiche come in Un moderno Mefistofele.
Questo romanzo è una sorta di moderna versione del Faust di Goethe. Alcott lo scrisse nel 1877 per la collana No names series in cui gli editori Roberts Brothers di Boston pubblicavano in forma anonima opere di autori celebri del tempo. Sfruttando questa possibilità, potevano così addentrarsi in territori non consueti rispetto a quelli che li avevano portati alla fama. Lo pubblicò, quindi, almeno inizialmente in maniera anonima, anche se in seguito diede il permesso di diffonderlo con la sua firma.
Il 25 Aprile è forse la festa che amo di più. Quella che mi ricorda di quanto coraggio abbiano avuto uomini e donne in un periodo storico terribile e l'importanza della liberazione dal Nazifascismo; e soprattutto è un monito a non fare passi indietro, come invece vedo che accade davanti a un popolo cieco e ignorante.
Ecco perché ogni anno cerco di fare letture a tema. Per questa occasione mi sono concentrata in particolar modo su un interessante saggio dedicato ad alcune donne intellettuali, scrittrici ma non solo, le cui voci sono state raccolte mettendo in luce il loro contributo alla Resistenza, non solo attraverso la letteratura, ma anche direttamente sul campo.
Non siamo davanti a un saggio storico puramente analitico, ma Rossana Dedola cerca di riprendere il lavoro di queste donne, mettendo in luce il loro particolare punto di vista, di chi ha vissuto quei momenti sulla propria pelle, narrando una storia sia individuale che collettiva.
In Il coraggio di essere libere. Scrittrici contro il fascismo Dedola sceglie di soffermarsi sulle autrici che hanno dedicato l'intera vita alla letteratura e alla scrittura. Dai nomi più noti, come Natalia Ginzburg, Elsa Morante e Lalla Romano, ad altre che solo recentemente stanno ritrovando il loro spazio nel panorama editoriale dopo anni di oblio: Elsa De Giorgi, Joyce Lussu, Fausta Cialente e Alba de Céspedes.
Ho passato tutta la mia vita a riflettere sul genocidio più conosciuto: quello che ti insegnano sin dalle elementari, con progetti, visioni di film, lettura di libri. Sono cresciuta così, e non ho mai smesso di diffondere le voci dei salvati e quelle dei sommersi che qualcosa ci hanno comunque lasciato prima di essere uccisi impietosamente nei lager nazisti. Eppure, crescendo mi sono resa conto di quanta Storia sia rimasta nella polvere, di quanto poco si parli degli altri genocidi. Forse perché prima di quello ebraico, non si è mai davvero usato quel termine. Tuttavia, i nazisti presero esempio da due importanti massacri di massa: quello dei nativi americani, e... quello Armeno, compiuto solo pochi anni prima.
Negli ultimi anni sto cercando di recuperare testi sul tema e oggi voglio ricordarlo con un libricino piccolo quanto potente, che fa male, davvero troppo male, ma è un dolore che dovremmo sentire, per continuare a restare umani.
Alfabeto dei piccoli armeni di Sonya Orfalian è un testo che ha uno scopo ben preciso: raccogliere l'eco di voci lontane della diaspora armena, quei sussurri quasi impercettibili, di quelli che erano solo dei bambini all'epoca dei terribili fatti (tra il 1915 e il 1922). Tratteggia così il disegno di una tragedia collettiva.
Il confine non è sempre e solo uno spazio geografico, ma anche una cicatrice interiore.
Forse crescere in una patria ben definita dove non ci sono guerre e dove, nonostante tutto, continuiamo ad avere la piena di libertà di muoverci ed essere noi stessi, non ci aiuta a comprendere appieno la narrazione di chi, invece, ha vissuto la sua vita in zone dove non si è avuto un attimo di pace, in cui la propria identità è stata spezzata.
Ecco, io non credo di poter capire del tutto, ma posso ascoltare. Smetterla di essere cieca al rosso del sangue, e imparare a vedere oltre, a ricevere la voce delle tombe, custodirla e diffonderla.
Aliyeh Ataei è nata in Iran, ma è figlia di rifugiati afghani fuggiti dopo l'invasione sovietica dell'Afghanistan. Hanno vissuto proprio al confine tra i due stati, nel Khorasan meridionale, in una condizione di perenne labilità. Con parenti sparsi ai due lati del confine e il vento della Storia che cambia continuamente gli attori sulla scena geopolitica è difficile riuscire a comprendere quale sia la propria identità. In quello spazio che è una sorta di non-luogo, ci si sente sempre un'estranea, una migrante, una rifugiata. Qual è la tua patria? Chi sei veramente?
Dopo L'affare del Danso e altri cunti, Raffaello di Mauro ci trasporta ancora una volta nella Sicilia tra la fine degli anni Trenta e il secondo dopoguerra. Se da un lato ritroviamo volti già noti, dall'altro lato l'autore ci permette di conoscere una figura femminile destinata a restare impressa nel cuore del lettore: Angiola Lorusso.
Angiola è il fulcro emotivo di Quattroventi, un nuovo cunto che ci permette di scoprire una vita segnata da troppe perdite e violenze, ma anche la forza di una donna e la sua compassione per gli abitanti di Piedimonte Etneo, teatro delle vicende narrate.
Di Mauro ce ne dà subito una descrizione magnetica, una donna che sembra essere al confine tra i due mondi, che riesce a scorgere oltre la semplice realtà, forse perché segnata da un dolore troppo difficile da sostenere.