Quando esce un nuovo libro di Martina, io so già che voglio leggerlo e che proverò emozioni molto forti. E così è stato, anche questa volta. Ho la fortuna di aver creato un bel rapporto con lei, una reciproca stima, e non esagero nel dire che lei è una di quelle bellissime persone che mi spingono ad andare avanti con la mia pagina instagram, anche quando a volte vorrei fermarmi. Martina Tozzi ha il dono della scrittura ed io spero di arricchire la mia libreria con tanti altri suoi libri, perché è una penna contemporanea che merita tutta l'attenzione possibile.
Quando mi ha chiesto se volessi leggere il suo nuovo libro, un sentito e commovente omaggio alla vita di Virginia Woolf, non ho potuto dire di no. In questo caso non sono una vera esperta della penna di questa grande autrice inglese, ma come sempre dopo aver letto questa biografia romanzata mi è venuta una gran voglia di recuperare altri suoi libri, di approfondire il più possibile il suo estro creativo.
L'amore di Martina per Virginia Woolf è vivo e pulsante tra queste pagine. Come sempre, a mio parere, riesce a scandagliare l'anima delle figure femminili che sceglie, mostrando non solo una particolare cura nelle ricerche, ma anche cercando di far trasparire ogni sfumatura. Non solo quindi la Virginia malata, che sente le voci, con i suoi turbamenti e i - troppi - dolori affrontati, e che vorrebbe spegnere la sua vita; ma anche la donna forte e determinata che lotta per le altre donne, che le ama profondamente, che sogna sin da bambina di diventare una scrittrice al pari degli uomini che hanno la strada molto più spianata davanti a sé. Una Virginia che ama quella vita, nonostante tutto.
Virginia amava le parole, amava parlare, raccontare, far ridere, amava stupire e meravigliare, e ora aveva scoperto che scrivere la affascinava terribilmente. Non avrebbe fatto altro per tutto il giorno: scrivere e leggere, nient'altro.

Ho sempre avuto una sorta di paura nel leggere Virginia. Non so bene perché. Forse nel non sentirmi all'altezza della sua scrittura, del suo modo di sperimentare con le parole, di trovare un suo stile diverso da tutti gli altri. Ho letto qualcosa di suo in passato, ma mi sono arenata con Mrs Dalloway e da quel momento non ho più riprovato. Quando si pensa a Virginia Woolf la si vede come una delle più grandi autrici inglesi, forse non così accessibile a tutti. Ci si sofferma troppo sullo stile, sui temi, sulla penna. E su di lei ricordiamo soprattutto il suo straziante gesto finale. Ma Virginia non era solo questo.
Martina Tozzi nel suo Vita di una falena. Vita, amori e dolori di Virginia Woolf non si limita a raccontare solo la vita di una scrittrice, ma ci restituisce, a suo modo e con tutta l'umiltà ma al contempo l'amore, un'anima. Non è più, quindi, solo un monumento della letteratura, ma Virginia diviene una donna vicina a noi, con i suoi problemi, le sue paure, il suo bisogno di essere compresa, gli abusi subiti, le tante perdite, ma anche con le sue amicizie e amori, la sua voglia di scrivere anche quando non si sente adatta, il suo coraggio di essere libera in una società che relega le donne ai margini. Donne che sono viste come meri “angeli del focolare”, che devono occuparsi della casa e della famiglia, ma anche imparare a gestire ospiti e partecipare ad eventi, limitando il pensiero, seguendo le buone maniere, in una società fortemente ipocrita e superficiale. Donne che non hanno potuto ricevere un'istruzione adeguata come i loro fratelli, anche quando sin dall'infanzia è evidente il proprio genio creativo, tra parole e pittura.
Martina ci fa vivere l'intera vita di Virginia, partendo dall'infanzia trascorsa tra due case totalmente opposte: quella scura, buia e soffocante ad Hyde Park Gate a Londra, e quella fresca, luminosa e gioiosa di St. Ives in Cornovaglia dove passava le vacanze estive con la sua famiglia. La vediamo essere ferita e spezzata in un'età in cui avrebbe dovuto essere protetta, e proprio da persone che dicevano di amarla, i suoi fratellastri. Vittima di abusi e impossibilitata a denunciare, Virginia sviluppò anche un'avversione verso il contatto fisico e il sesso. Martina non descrive il gesto, lo lascia intendere e proprio così riesce ancora di più a trasmettere l'inquietudine, il malessere, l'orrore: con una figura minacciosa che si specchia alle sue spalle, con un altro fratello che apre la porta della sua stanza, fingendo di voler solo consolarla per il lutto subito. Sono immagini che turbano dentro, e che secondo me riflettono benissimo la bellezza della sua penna: non devi per forza scrivere tutto, ma lasciare intuire, immaginare, permettere a noi di provare quel sentimento, avvertire il disgusto, la paura, l'orrore.
«Gerald, che cosa vuoi?» chiese Virginia, la vocetta infantile squillante.
Lui allungò le mani verso di lei e non rispose.
Virginia ha vissuto una vita piena di lutti. La perdita dell'amata madre, e poi del padre. Quella della sorella amata, e poi del fratello. Perdite dolorose che non possono non lasciare un solco profondo in un'anima tanto luminosa quanto fragile.
Eppure nella sua esistenza ci sono state anche gioie, piccoli passi verso un'indipendenza, una libertà, il giusto riconoscimento per il suo talento. Con la morte del padre, al quale era profondamente legata, infatti, insieme a Vanessa - la sorella amatissima - si allontanano da quella casa degli orrori, per andare a vivere in un appartamento a Bloomsbury dove creano un circolo molto speciale insieme ai loro fratelli, Thoby e Adrian e ai loro amici intellettuali e artisti. È qui che vivono un vero e proprio “esperimento di libertà”, lontane dal perbenismo soffocante della società vittoriana. Questo circolo di amici parlava liberamente di ogni argomento, anche quelli considerati scandalosi; era un ambiente di accettazione totale dove Virginia iniziò a sentirsi finalmente libera di esprimere il suo pensiero critico al pari degli uomini. Non più restrizioni, ma il primo importante passo per raggiungere il suo sogno: diventare una scrittrice, smetterla di essere la figlia del Signor Stephen, e diventare finalmente Virginia Stephen, la scrittrice.
Virginia ha avuto modo di incontrare molte persone nella sua vita, anche grazie alla casa editrice creata con suo marito Leonard Woolf, ma sono tre in particolare le persone a lei più legate, quelle che l'hanno sempre sostenuta, aiutata, incoraggiata anche nei momenti più difficili, anche quando quei demoni interiori rischiavano di consumarla del tutto.
Vanessa, il suo specchio. La sorella amata. Complice e alleata sin da quando erano bambine e dovevano vivere in una casa in cui non si sentivano comprese, in un mondo di uomini che volevano silenziarle, lasciarle nell'ombra, impedire loro di brillare. Il loro era un rapporto viscerale, quasi simbiotico. C'era un continuo scambio di ispirazione: una, Virginia, scriveva, l'altra, Vanessa, dipingeva. Una buttava sulla carta i pensieri, l'altra donava loro una forma visiva. C'era gelosia e possessione, invidia anche. Virginia della sorella invidiava la sua normalità, la sua capacità di amare senza problemi, di essere madre, la sua stabilità emotiva che si scontrava, invece, con la scrittura febbrile che la caratterizzava. Cercava, poi, costantemente la sua approvazione e attenzione. Non avrebbe, forse, mai potuto essere Virginia senza Vanessa. E viceversa.
Leonard, la sua roccia, la calma stabile. Il loro non era un amore consueto, né fisico. Virginia, così spezzata dentro dagli abusi, e attratta fortemente dalle donne, non riusciva a sentire molto nei gesti, nell'atto sessuale. Il loro era un amore più mentale, un'unione intellettuale. Lui, nonostante i problemi, era il suo sostegno, il custode della sua salute, il primo critico dei suoi lavori. Leonard e Virginia erano proprio come quei due olmi nel giardino della loro casa i cui rami si intrecciavano saldamente tra loro. Per sempre.
«Tu e io,» bisbigliò infine, «tu e io siamo come gli olmi nel giardino di Monk's House, con i rami intrecciati. Cresciamo l'uno accanto all'altra, insieme. Non può esserci altro modo. Per sempre.»
Leonard le strinse forte la mano. «Sempre,» ripeté.
E poi, Vita Sackville-West, la passione, l'avventura, il sogno. La donna piena di vitalità che diede un po' di colore al grigio di Londra. La sua fonte di ispirazione, soprattutto per Orlando. Con lei riusciva a essere felice, a essere libera di essere semplicemente sé stessa in un mondo che avrebbe solo gridato allo scandalo davanti a una relazione simile.
Virginia la pacifista. Virginia che lottava per le donne. Virginia la scrittrice che voleva osare con la scrittura, sperimentare costantemente, per trovare uno stile diverso, donare al mondo qualcosa di nuovo.
Ma c'è anche la Virginia che sente le voci, che crolla in stati depressivi dopo aver scritto un romanzo o aver ricevuto una critica non lusinghiera. La donna che sente troppo e che vorrebbe vivere intensamente e in modo autentico, e alla costante ricerca di certezze e stabilità in un mondo che crolla sempre di più, a causa di due guerre mondiali e dell'insano amore degli uomini per quell'orrore.
Martina riesce a donarci le sue tante sfumature, non mostrandoci solo la malattia mentale - anche se evidente e presente - o solo la scrittrice, ma anche e soprattutto la fragilità e alla stesso tempo la forza di una donna che anche quando aveva paura continuava a scrivere. Perché la scrittura restava il suo modo per sopravvivere, per mettere ordine al caos nella sua testa.
Virginia era simile a una falena, così attratta dalla luce, anche a costo di bruciarsi. Una falena che continua a lottare, nonostante tutto, a resistere, anche di fronte all'impossibile o alla morte. Virginia, un po' forse come Sylvia Plath, amava la vita. Ma spesso per chi è troppo sensibile e sente troppo, non è facile. Vorresti vivere con una tale intensità, cercare la bellezza e il significato profondo, ma ti ritrovi a essere consumata, a non avere quella forza tale per continuare a lottare. O forse è proprio per amore che fai determinate scelte. La falena è un essere fragile, misterioso, quasi invisibile... e forse è così che si sentiva Virginia, ma quanta luce è riuscita a dare al mondo.
I libri, anche stavolta, la salvarono. Erano la sola cosa ferma, la sola cosa buona delle sue giornate.
Se ripenso alla Marta che si è avvicinata a Virginia per la prima volta e ha avuto difficoltà, ora la guardo con un sorriso. Martina mi ha permesso di accedere all'anima della donna dietro la scrittrice, ritrovando anche pezzi di me stessa. Virginia aveva paura, ma il desiderio di scrivere era per lei molto più forte dei suoi demoni interiori, dei suoi mal di testa, del pericolo di una ricaduta. Come lei, ogni volta che butto giù delle riflessioni - come anche questa - mi sento poi svuotata, nasce in me il pensiero di non aver fatto abbastanza, di non aver scritto nel modo giusto, di essere una nullità. Perché in fondo, quando ti metti a nudo, ti ritrovi esposta al mondo e alle critiche, che non sempre siamo pronti a gestire. E, anche quando ricevi i complimenti, la prima possibile gioia lascia il posto al dubbio. Ecco, soprattutto in questo e nella sua incredibile sensibilità che spesso dà luogo anche a disturbi psicosomatici mi sono rivista molto in lei.
Forse ho trovato dei concetti che si ripetono, ma per il resto sono sempre più felice di aver scoperto qualche anno fa la penna di Martina. Lei è capace davvero di spingerti a guardare oltre le pagine scritte, a svelare le tante sfumature di scrittrici e artiste amate, e allo stesso tempo a portarti a compiere quel salto in più. E ora ho proprio voglia di riprovarci: presto, Virginia, tornerò a leggerti. E forse, ovunque tu sia, per questo dovresti proprio ringraziare una lettrice attenta e innamorata della tua penna, come è Martina.





