C'è sempre un filo che lega il passato al presente.
Lo ha detto Primo Levi, lo hanno detto in tanti: il passato può sempre tornare. I segnali ci sono, basta non chiudere gli occhi o voltarsi dall'altra parte. Soprattutto negli ultimi anni osservo il mondo e provo orrore. Quello che pensavi fosse stato abbattuto, si è ripresentato in maniera forse anche più feroce. E anche oggi ci sono i giovani come José che sono mossi dall'entusiasmo per una causa giusta, guidati da un sogno che pian piano s'incrina; ci sono le ragazze come Montse che cercano quell'anelito di libertà; ci sono le persone come Bernanos che devono rivedere quello in cui credono, provando sconcerto, rabbia e una profonda delusione. E ci sono i vigliacchi che scelgono il male, o che distorcono la realtà dei fatti, che vivono nella loro ipocrisia o che decidono di scegliere il silenzio. Un silenzio che rende complici.
E allora si dovrebbe cercare di guardare al passato, per ricordarci dove può sprofondare l'orrore umano.
Ricordare, per comprendere. Come fa Lydie Salvayre in questo suo meraviglioso testo, Non piangere, che unisce insieme altre due voci alla sua: la lingua sbilenca e zoppicante di sua madre, Montse, che ricorda l'estate radiosa della sua esistenza, dove si è sentita libera di essere sé stessa e amare con tutto il suo cuore; e quella più secca e graffiante dello scrittore francese Georges Bernanos che, invece, è testimone dell'orrore commesso dalle forze nazionaliste guidate da Franco con l'assurda complicità della chiesa cattolica.
Mia madre si chiama Montserrat Monclus Arjona, un nome che sono felice di far rivivere e di strappare per un istante all'oblio al quale era destinato. Nella storia che mi accingo a raccontare non voglio introdurre, per ora, nessun personaggio inventato. Mia madre è mia madre, Bernanos è l'autore, così degno di stima, dei Grandi cimiteri sotto la luna e la Chiesa cattolica è l'infame istituzione che fu nel '36.

Spagna, 1936.
La guerra civile tra le forze Repubblicane e quelle Nazionaliste guidate da Francisco Franco sta per aver luogo.
Montse ha solo 15 anni e vive in un paesino sperduto in cui, da secoli, un pugno di latifondisti costringe tante famiglie come la sua a vivere nella miseria più nera. Siamo in una comunità legata a tradizione antiche, dove l'uomo e la donna hanno certi ruoli precisi da seguire, e chi non ha la fortuna di essere dalla parte dei padroni, deve lavorare la terra dall'alba al tramonto. Montse è chiamata a fare la serva presso la famiglia dei Burgos, ma è proprio la guerra a cambiare il suo destino.
Suo fratello José è tornato da Lérima profondamente cambiato. Lì, infatti, ha ascoltato parole nuove: Comune, Libertà, Giustizia, Fratellanza, Rivoluzione! La sua vita è sempre stata scandita dal lavoro nei campi, perdendo la spensieratezza della giovinezza, i sogni che tutti i ragazzi dovrebbero avere. Ma uno nuovo spirito gli impedisce di tornare a quell'esistenza: c'è in lui l'ardore e l'impazienza giovanile, un sogno molto più grande di poter cambiare le cose.
Ma lì, con un padre troppo legato alle tradizioni e una madre schiava di una credenza religiosa e di un Dio capace di punire, si sente stretto. Ed è così che, insieme alla sorella e ad altri amici, parte per la grande città catalana. Lui, il sognatore disilluso nel quale forse un po' mi sono ritrovata, e che sicuramente ha lasciato un segno forte tra le pagine.
Montse ha anche novant'anni e davanti a un bicchiere di anisetta cerca di raccontare a sua figlia Lydie l'estate che ha cambiato la sua esistenza, l'unico vero ricordo che non ha mai smarrito, il più bello, vivo come una ferita. La donna, infatti, soffre di disturbi di memoria e ha rimosso ogni evento vissuto dalla guerra in poi, ma non quei giorni in cui ha capito cosa significava vivere.
Sarà proprio a Barcellona, infatti, che vive l'emozione più grande della sua vita. Lì, in quella città ancora mossa dall'entusiasmo rivoluzionario, dove gli orrori veri e propri della guerra non sono ancora arrivati davvero, Montse si lascia incantare dalla bellezza del mondo, da quella forma di libertà che non hai mai veramente potuto provare. E tra quelle strade trova anche l'amore. L'amore di una sola notte, per un uomo che non incontrerà mai più. André, un francese, che lascerà comunque un segno in lei. Una notte che cambierà la sua esistenza.
Mentre il racconto di mia madre sull'esperienza libertaria del '36 mi suscita nell'animo una sorta di meraviglia, di gioia infantile, le atrocità descritte da Bernanos, ritrovatosi faccia a faccia con la notte degli uomini, con il loro odio e con la loro furia, contribuiscono ad accrescere il mio timore che prima o poi a qualche stronzo venga in mente di riproporre certe idee malsane che credevo sopite ormai da molto tempo.
Alla voce di sua madre, in una lingua che mischia spagnolo e francese, e infarcita anche di parole non così eleganti - che però suscitano non pochi sorrisi -, Lydie Salvayre unisce anche la narrazione di Bernanos per avere un quadro più completo del periodo. Lo scrittore francese, dalle simpatie nazionaliste, che ha militato nell'Action française ed è un fervente cattolico, si trova a Palma di Maiorca quando la guerra civile spagnola ha inizio. Diventa così testimone diretto delle atrocità commesse durante il conflitto e della brutalità della guerra, andando così a rinnegare tutte le convinzioni di un tempo. Nella sua opera I grandi cimiteri sotto la luna descrive e condanna tali orrori, ma anche e soprattutto la terribile complicità della chiesa Cattolica che è diventata la Puttana dei militari epuratori; con preti e vescovi che distribuiscono assoluzione tra una scarica e l'altra.
Ed è proprio con lui che l'autrice e forse anche noi lettori possiamo andare a condannare quella che è stata sempre e continua a essere anche oggi l'ipocrisia del mondo: un mondo vigliacco e crudele che vede e non condanna, ma anzi, molto spesso è complice.
Non è solo una storia che va a rievocare momenti di un'estate radiosa per sua madre, e un anno funesto per Bernanos, ma anche una sorta di vero e proprio manifesto Antifascista, che fa riflettere anche sul nostro presente, non così diverso da quello che è stato il passato.
Ci sono delle riflessioni molto potenti in cui mi sono ritrovata. Giornali che rimangono muti davanti alle atrocità, governi stranieri che non fanno nulla o che aiutano a nascondere certe nefandezze dei fascisti, o ancora la delusione di una chiesa che anziché condannare, va ad aiutare, a giustificare certi orrori. Pensieri molto forti sulle porcherie che fanno gli uomini quando il fanatismo li tiene in pugno.
È possibile uccidere un uomo senza che la sua morte provochi in noi il minimo rigurgito di coscienza, la minima ribellione? È possibile uccidere un uomo come fosse un topo? Senza provare il minimo rimorso? E poi addirittura vantarsene?
Fino a che punto si deve aver perso il senno, in quale follia si deve essere sprofondati perché una 'giusta causa' legittimi orrori simili?
È la prima volta che mi avvicino alla scrittura di Lydie Salvayre, ma devo dire di esserne rimasta davvero incantata. Una scrittura precisa e graffiante, lucida e potente, a tratti anche sarcastica, che sicuramente non lascia indifferenti. Sono molto curiosa di scoprire altri titoli - soprattutto l'ultima uscita, Sette Donne - pubblicati da Prehistorica Editore che ancora una volta non delude.





