Il diverso ha sempre fatto paura, ieri come oggi.
E questo concetto si lega sempre alle storie di streghe. Come accade in Falena di Natalia Guerrieri, un breve ma denso racconto fatto di sangue e carne, di corpo femminile e liberazione, di dolore e perdita, di metamorfosi e accettazione di sé.
Sulle coste dell'Abruzzo arrivano i protagonisti di questa storia: Maia, la madre, Ermete il figlio ferito in battaglia, e Dana, una ragazzina selvatica dai lunghi capelli neri e unghie simili ad artigli. Migranti che cercano in una nuova terra una possibile salvezza. Già sulla nave, però, Dana deve subire la violenza degli uomini. Sfruttata, umiliata, derisa e guardata anche con lussuria. È qui che avviene una sorta di iniziazione: il primo sangue, la prima mestruazione. Non più bambina, ma già donna. Dana non è come tutti, lei riesce a vedere oltre. E sin dalle prime pagine si avverte questo suo forte legame con il mondo naturale. Falene vorticano intorno a lei e si soffermano lì dove avverte dolore. La luna sembra chiamarla, da lei esce una donna gigantesca. Una donna frassino, un essere antico come il mondo. Una figura che sembra già essere il preludio per una rinascita.
Le falene mi volano attorno sempre più vicine, mi si arrotolano attorno come una lingua. Le loro zampe mi toccano la pancia, la schiena, fra le gambe, ogni punto in cui sento dolore. Mi entrano dentro, minuscole zampe, minuscole ali riparano il mio corpo, lo calmano.

Dana, Maia ed Ermete arrivano in una terra rurale e antica, che sembra custodire segreti, tra prati verdi, boschi selvaggi, valli e montagne. Donne vestite di nero e uomini dalle facce rugose li osservano, diffidenti. Alcuni offrono un poco di aiuto, altri lasciano le loro porte chiuse. Quei tre sono stranieri, diversi, incutono paura a chi non sa, a chi non conosce. Parlano una lingua sconosciuta. Giungono da un paese in guerra. Da lontano, troppo lontano. Solo un'anziana li accoglie nella sua casetta nei pressi del cimitero. Una donna che insegna a Dana le proprietà delle erbe, ma anche il linguaggio del luogo, quel dialetto difficile da comprendere, ma che può essere allo stesso tempo la chiave per vivere lì, per capire e farsi capire. Ma le insegna anche a pregare la Madonna, a tenere lontane le sdreje, le streghe.
In Dana, però, c'è molto di più. Un vero e proprio risveglio primordiale. È strettamente connessa al mondo naturale, alle piante, agli animali. Lei che danza sotto la luna e le stelle, che intreccia capelli ed evoca parole, che unisce ossa rigenerando vita. In lei scaturisce un potere, quello che la Donna Frassino - questa sorta di Grande Madre che contiene il mondo - le ha donato. E che cresce in lei, come una nuova consapevolezza di sé.
Dana compie un viaggio non solo fisico, ma anche interiore. Sarà soprattutto l'incontro con un altro personaggio a farle completare una metamorfosi già iniziata, a spingerla ad avere una piena consapevolezza di sé, della propria essenza e del suo posto nel mondo. E sceglierà di costruire un nuovo spazio di libertà, non solo per sé, ma anche per le sue sorelle: donne che non corrispondono ai canoni della società. Figure femminili che dopo aver attraversato il dolore resistono e decidono il proprio destino in piena armonia con ogni aspetto del mondo, perché tra umano e naturale non esistono più gerarchie.
Natalia Guerrieri attinge dal folklore abruzzese e da testi come Volare al sabba. Una ricerca sulla stregoneria popolare, di Cesare Bermani, Esoterismo e magia nel medioevo, di Christa Tuczay, I Benandanti di Carlo Ginzburg, e Radici della stregoneria di Franco Cardini. E ci dona così un testo breve, ma incredibilmente denso, per tematiche, simboli e riflessioni anche sul presente.
L'autrice intesse una lingua rituale, arcaica e fortemente simbolica. La sua prosa evocativa in certi momenti diventa quasi una cantilena, come se fossimo davanti a un antico rito, a un'invocazione. È una sorta di fiaba oscura, un mito ancestrale che ha forti connessioni con l'attualità.
Dell'Abruzzo riprende miti e leggende, ma anche il dialetto. Il testo, infatti, presenta diversi termini dialettali, che ci fanno così aderire perfettamente al luogo in cui la storia è ambientata. Ci sono anche frasi riprese dai testi sopra citati, che sono integrate nel contesto, mostrando le antiche credenze sulle sdreje che incutono soggezione e paure.
Da amante del folklore italiano sono affascinata dal modo in cui è stata ripresa la leggenda della nascita dei monti Gran Sasso e Majella. Si narra che la ninfa Maja, la più bella delle Pleiadi, fuggì dalla Frigia con il figlio Hermes, gigante ferito in battaglia. I due approdarono sulle coste abruzzesi. Qui cercava un'erba miracolosa che cresceva alle falde della montagna, l'unica capace di salvarlo. Ma la montagna era coperta di neve e ogni tentativo fu inutile. Hermes morì e fu sepolto sul Gran Sasso. Ancora oggi chiunque osservi il monte può riconoscerne un profilo: il Gigante che dorme. Maja, inconsolabile, vagò a lungo per i boschi fino a morire di dolore sul monte che porta il suo nome: la Majella.
Esco e trovo un cane bianco, una falena. Le montagne tutt'attorno vibrano di insetti, di mugolii, di lamenti di cani. Chiudo gli occhi e inizio a danzare a piedi scalzi, non sapevo di potermi muovere così. Non sono io che comando il mio corpo, eccomi luna, eccomi cani, venite da me. Sono forte, sono felice. Danzo e capisco perché sono qui, capisco tutte le cose e perché tutte le cose sono qui. Danzo e sento il sangue dentro di me che può darmi la forza di cento animali. Le montagne, i boschi, gli occhi dei gufi mi passano attraverso il corpo, attraverso la testa. Non ho paura di niente e posso toccare ciò che voglio, entrare dentro ciò che voglio. Il mio corpo è gigantesco, può abbracciare tutto il paese. Il mio corpo è minuscolo e pallido come quello di una falena.
In Falena, Natalia Guerrieri riprende e fa sua questa storia, aggiungendo un altro personaggio: Dana, una ragazzina particolare, vista con timore da tutti, ma che proprio in quella terra riuscirà a ritrovare sé stessa. Non più un semplice ragno - ciammaragne - insignificante da insultare e sminuire, una larva da schiacciare e disprezzare, ma spicca il volo come una falena, trovando la sua luce, la sua identità, il suo potere.
Credo che questo libriccino, in poche pagine, racchiuda davvero una storia potente. Che parla di corpi, di sangue, di poteri nascosti. Ma soprattutto che, attraverso la Donna Frassino e di conseguenza Dana stessa, ci fa tornare in un'epoca in cui certi aspetti femminili erano ritenuti sacri, e non motivo di paura e di persecuzione come accadde con l'avvento del patriarcato. E proprio per questo, attraverso una storia di streghe, si continua a parlare anche di attualità. Perché ancora oggi già solo dire la parola mestruazioni fa provare un senso di vergogna; e certi rituali sono visti con diffidenza, ma anche con disgusto.
Falena mi ha ricordato altri titoli sul tema.
Ethel Frost e il sussurro del bosco, di Victoria Francés, per questo contatto intimo con una natura viva, presente, che diventa essa stessa personaggio. Mi ha fatto pensare anche a Lolly Willowes o l'amoroso cacciatore, di Sylvia Townsend Warner, per la trasformazione e il desiderio di essere liberamente sé stessi in una società che ci vuole tutti uguali. Lolly sceglie di immergersi nella natura, di allontanarsi da un contesto in cui non si ritrova, da un destino imposto, proprio come Dana. E ancora Nella verde gola delle lupe, di Lucrezia Pei e Ornella Soncini, per la comunità di donne, la sorellanza contro il patriarcato.
Ho amato questo libro sin dalle prime pagine, anche quando un po' disgusta, anche quando fa male. Perché parla di tematiche che sento profondamente mie, da sempre, da quando anche io, ancora ragazza, ho iniziato ad avere una percezione diversa di me, del mondo di cui faccio parte. Streghe, natura, diversità. Tutti aspetti che mi toccano. Se, come me, amate le storie di resistenza femminile, sorellanza, quel senso di comunità tra chi non si conforma a quel che la società impone, allora è il libro giusto da recuperare. E forse, come Dana, come Lolly, come Ethel, come Ana, dovremmo imparare a sentirci un po' di più, a riconoscerci per quello che si è veramente. Forse l'unica nota stonata è che finisce troppo presto. Ma il messaggio resta, la forza di questa storia è arrivata.
Volto rugoso, il più antico che esista, braccia di frassino. Vieni. La donna cosmica è dentro di me. Dimentico come si tiene la testa china, dimentico come ci si comporta in fondo alla processione, dimentico i divieti, gli insegnamenti della vecchia. Dimentico la paura. Io sono come lei, come il frassino cosmico.





