Enrico V, di William Shakespeare • #aTeatroconShakespeare

27 Jul 2021

Libri

Lettura di Luglio per il mio progetto #aTeatroconShakespeare

Luglio non è stato un mese di numerose letture. A casa ho un po' faticato a trovare il tempo per dedicarmi ai miei amati libri, però ho portato a termine la lettura dell'Enrico V di William Shakespeare, opera prevista per questo mese per il mio progetto #aTeatroconShakespeare.
E con questo ho concluso la Tetralogia storica definita Enrieide che racchiude i drammi: Riccardo II, Enrico IV parte prima e parte seconda, e l’Enrico V.

Come dicevo per l'Enrico IV, i drammi storici sono forse quelli con cui ho avuto un po' più di difficoltà, forse anche perché la storia Inglese non è la “mia” storia, per quanto affascinante non riesce a donarmi quello spirito patriottico che sicuramente ai contemporanei di Shakespeare o, perché no, agli stessi inglesi del mondo attuale può dare. Tuttavia, non limitarsi alla semplice lettura dell'opera ma andare anche a rifletterci su grazie ad altri saggi, mi ha aiutato a comprendere meglio il dramma e ad apprezzarlo sicuramente di più!

Per questo, secondo me, certe opere teatrali - soprattutto quelle di Mastro Will - non andrebbero lette con superficialità, ma cercando poi di aggiungerci delle ulteriori informazioni. Sicuramente chi ha studiato in maniera approfondita i suoi testi, può donarci quel qualcosa in più che magari a noi è sfuggito. Alla fine di questo articolo inserirò - come sempre - le fonti utilizzate per descrivere quest'opera. Be', almeno ci provo.

Fonti:

  • The Famous Victories of Henry the Fifth, anonimo.
  • Chronicles of England, Scotland and Ireland di Raphael Holinshed.
  • Il poema di Samuel Daniel sulle guerre civili (1595)
  • The Battle of Agincourt (1530), poema anonimo.
  • Annali, di Tacito
  • A Mirror of Magistrates


Quadro: The morning of the Battle of Agincourt, di Sir John Gilbert

Pensieri sull'opera:

CORO:
Può contenere quest'angusta arena, 
gli sconfinati campi della Francia?
Possiamo stipare a forza 
in questo “O” di legno anche solo i cimieri 
che ad Agincourt fecer tremare il cielo?
Ah, perdonateci! perché uno sgorbio da nulla
può, nel suo piccolo, rappresentare un milione.
Lasciate dunque a noi, gli zeri di sì gran rendiconto,
di fare appello alle forze dell'immaginazione.

Uno degli aspetti che più ho amato di quest'opera è la presenza del Coro, solitamente interpretato da un unico attore che, in questo caso, anticipa ogni singolo atto, e a cui sono affidati anche il prologo e l'epilogo. Rappresentare la Storia e soprattutto le battaglie in un teatro era effettivamente impossibile ed è per questo che Shakespeare cerca ancora una volta di costruire tutto con la parola e di spingere il suo pubblico a immaginare l'azione, la battaglia, le truppe in campo, il dolore, le paure, ma anche la vittoria inaspettata.
Ed è questo, in fondo, quello che si dovrebbe sempre fare quando si legge un testo teatrale o lo si vede seduti su una delle poltroncine rosse del teatro: lasciarsi contagiare dal potere magico della parola, e immaginare quello che per forza di cose non può essere portato in scena.

Come già detto, l'Enrico V è l'ultimo dramma storico della seconda Tetralogia sui re Inglesi che hanno portato pian piano all'avvento della dinastia Tudor, da cui Elisabetta I discende. Ma il consiglio è di leggerlo dopo il Riccardo II e le due parti dell'Enrico IV per comprendere appieno il mutamento che il giovane Hal subisce per diventare finalmente Re Enrico.

A differenza degli altri, siamo di fronte a un vero e proprio “dramma d'azione”: la guerra ne diviene l'essenza stessa, quasi tutte le azioni si svolgono sui campi di battaglia, anche se non mancano degli aspetti più introspettivi che coinvolgono il vero protagonista, Enrico V, appunto.

È un'opera articolata in cinque parti/atti, in cui Shakespeare porta in scena gli episodi più salienti del regno di Enrico V: la preparazione della battaglia di Francia nel 1415; la congiura del conte di Cambridge, figlio del duca di York; la spedizione di Francia caratterizzata prima dall'assedio e dalla conquista di Harfleur, e poi dall'inatteso trionfo inglese ad Agincourt; e infine, nel 1420 il trattato di pace di Troyes e le nozze con Caterina, figlia del re di Francia Carlo VI, con il riconoscimento di Enrico quale erede della corona di Francia.

Con questo testo William Shakespeare va quindi a esaltare e glorificare la grandezza dell'Inghilterra: la battaglia di Agincourt fu, infatti, per gli inglesi uno dei trionfi più importanti della Guerra dei Cent'anni. Nonostante l'inferiorità numerica gli Inglesi riuscirono ad avere la meglio sui Francesi e questo, almeno nell'opera, grazie anche al carisma del loro Re e alla sua capacità di infiammare gli animi dei cavalieri/soldati con i suoi discorsi motivazionali.

Enrico V, quindi (a differenza dell'Enrico IV, dove la figura di Falstaff ruba la scena agli altri personaggi, e al re stesso), qui è il vero protagonista. Accanto alla Guerra contro la Francia e alla glorificazione della vittoria inglese, assistiamo a un vero e proprio mutamento di questo personaggio. Nell'Enrico IV, infatti, lo conosciamo come Hal, un ragazzo perdigiorno, dedito ai divertimenti e ai bagordi, amante del bere e delle belle donne, che si perde tra osterie e scherzi con alcuni esponenti del popolo, tra cui appunto il goliardico Falstaff. Alla fine di quest'opera, però, il cambiamento ha inizio. Hal è chiamato ad assumere il ruolo di nuovo re, con tutti i doveri e le responsabilità, e per far ciò recide il legame con il “secondo padre” Falstaff.

Nell'opera a suo nome, Hal ormai non c'è più. Abbiamo un Re saggio e amato, che opera guidato da Dio ed è descritto dal bardo simile a un Re Cristiano. È anche il perfetto esempio di uomo politico che, pur avendo le sue fragilità - c'è un passaggio in cui avverte il peso di quella corona, la volontà forse di tornare alla spensieratezza degli anni precedenti -, oramai è consapevole di se stesso, del suo ruolo, e dell'importanza delle sue azioni, non solo per se stesso, ma per il bene di tutta l'Inghilterra.
Mi è piaciuta molto la descrizione che ne fa Cesare Catà nel suo ultimo libro “Chiedilo a Shakespeare” e che di seguito riporto: “È la storia di un uomo che aveva perduto se stesso e si ritrova; o, in altri termini, di un uomo che, dopo aver patito un profondo senso di sconfitta personale, ha la forza di prendere su di sé il proprio destino e, così facendo, diventare la guida salvifica del proprio popolo.” Ma anche il collegamento con Aragorn de Il signore degli Anelli l'ho trovato molto calzante: dal ramingo Grampasso a Sire Aragorn, da Hal a Enrico V.

L'importanza di credere in se stessi, di ritrovarsi, di infiammare gli animi dei suoi sottoposti, di portare l'Inghilterra alla vittoria anche quando le speranze sono poche e vane.

E questa storia il brav'uomo insegnerà a suo figlio;
e il giorno di Crispino e Crispiano non passerà mai,
da questo giorno sino alla fine del mondo,
senza che in esso ci si ricordi di noi:
noi i pochi, i pochi eletti, noi fratelli in armi. 
Giacché chi oggi versa il suo sangue con me
sarà mio fratello: per quanto di bassi natali,
in questo giorno si farà nobile la sua condizione.
E i gentiluomini che ora, in Inghilterra, si trovano a letto,
si danneranno l'anima per non esserci stati,
e si sentiran menomati, quando prende la parola 
un uomo che combatté con noi il giorno di San Crispino. - Enrico. Atto IV, scena III

Anche in questo dramma storico c'è un'alternanza tra scene elevate - con la presenza di diversi personaggi storici - e altre più leggere: come il “gruppo di Falstaff”. Peccato che, quest'ultimo non compaia più, se non nella descrizione della sua morte che gli rende l'ostessa Quickly.

Giorgio Melchiori nel suo saggio Shakespeare. Genesi e struttura delle opere, la definisce anche “commedia dei linguaggi”, perché l'elemento comico sta anche in quegli atti in cui c'è un vero e proprio scontro ilare tra due diverse lingue e culture. Da un lato possiamo citare sicuramente il corteggiamento di Caterina, figlia del Re di Francia, da parte di Enrico V, creando un gioco ricco di incomprensioni che possono scatenare facilmente risate; dall'altro l'incontro e scontro tra i vari capitani al servizio del Re inglese: il gallese Fluellen, l’inglese Gower, l’irlandese Macmorris e lo scozzese Jamy – esponenti di quelle nazioni che rappresentano nel loro insieme la gamma dei linguaggi parlati in Gran Bretagna.

E con questo il mio viaggio tra i drammi storici è quasi concluso - mi resta solo l'Enrico VIII -.

Fuoco chiama fuoco, e al pallido bagliore delle fiamme
ciascuna armata distingue il volto oscurato dell'altra.

 Quest’opera fa parte del libro Shakespeare Opere complete, pubblicato da Garzanti. Prefazione, traduzione e note sono – in questo caso – di Andrea Cozza.

Alcune informazioni le ho prese anche dal libro di Giorgio Melchiori: “Shakespeare. Genesi e struttura delle opere” e da alcune lezioni, oltre che dallo splendido saggio “Chiedilo a Shakespeare” di Cesare Catà.

Voto: ♥♥♥.25

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