A volte mi chiedo se la mia costante curiosità sia un pregio o un difetto. Se mi chiedessero cosa mi piace leggere, sarebbe una domanda molto complessa per me. Sì, ho temi e generi che preferisco sugli altri, ma la mia curiosità non è mai sazia. Sono aperta a così tante letture e questo è un bel problema, perché vorrei davvero leggere tantissimi libri.
Ed è proprio questa mia curiosità che mi ha portata ad accettare questa proposta di lettura.
Ammetto con la dovuta onestà di non essere un'esperta di manga, anzi. Non credo di averne letti e, se l'ho fatto in passato, è stato comunque poco. Però ero desiderosa di conoscere di più sul manga shōjo, sulla sua storia, le sue tematiche, lo stile delle illustrazioni e i nomi più importanti che si sono susseguiti nel corso del tempo. E questo piccolo saggio è sicuramente un primo, importante, passo per avere un'infarinatura generale sul tema. Se come me sapete poco e niente di Manga, vi consiglio di recuperarlo, perché è davvero chiaro e anche accattivante nella scelta della narrazione. Si legge in poco tempo, e vi lascia anche delle interessanti curiosità su questo mondo apparentemente lontano, ma ormai sempre più vicino.
Oltre i ciliegi in fiore. Breve storia del manga shōjo è un breve saggio scritto a quattro mani da Greta Bienati e Valentina Salerno che ci porta nel lontano oriente, per conoscere quella che è un tipo di narrazione rivolta a un pubblico femminile dall'età scolare alla maggiore età. Un libro ricco non solo di storia e grandi nomi, ma anche di aneddoti e curiosità, e tante immagini per comprendere meglio il mutamento dello stile degli artisti che pian piano, dall'inizio del Novecento a oggi, hanno donato la loro visione di tale tematica.
Non si tratta di un saggio esaustivo, come ammettono le due autrici nell'introduzione, ma è comunque a mio avviso un validissimo volume per iniziare a conoscere un po' la storia del manga giapponese, e spingerci magari poi ad approfondire meglio o andare a conoscere il mangaka di cui più ci interessa conoscere il lavoro.
Greta Bienati e Valentina Salerno ci offrono una panoramica storico culturale su come questo genere destinato alle ragazze sia nato e si sia poi diffuso in patria, portandoci anche alcuni esempi di opere e autori o autrici più famosi e rilevanti. Fino ad arrivare anche in Italia, per comprendere come il manga e l'anime si siano diffusi nel nostro paese.
All'origine del manga shōjo non ci sono fanciulle in fiore né storie d'amore. La storia del manga shōjo inizia, invece, con una guerra civile e una rivoluzione, sul finire del XIX secolo.

Il saggio inizia con gli anni della Rivoluzione Meiji, un insieme di riforme sociali, politiche ed economiche volte a trasformare il Giappone in un paese moderno, che guarda all'Occidente. Questo verte anche sull'insegnamento, che vede anche l'istituzione di scuole superiori per le figlie delle famiglie agiate, educate a essere perfette padrone di casa, buone spose e madri sagge. Giovani che iniziano a rivolgere la loro attenzione però anche alla cultura occidentale. È in questo contesto che nasce il termine shōjo.
La prima rivista esclusivamente indirizzata alle shōjo (queste piccole donne candide e innocenti) è Shōjo-kai che inizia a pubblicare nel 1902 e, visto il successo, ne seguirono altre. Queste riviste proponevano alle lettrici racconti illustrati, articoli di attualità e moda, immergendosi tra pagine dai colori pastello e dalle grafiche floreali. Il manga ha un posto ancora marginale, ma iniziano già a scorgersi i premi temi: dalle storie d'amore e d'amicizia, alla sorellanza, un legame tra ragazze che diventa una sorta di rifugio e anche ribellione a una società che le vuole in un certo modo.
Dal punto di vista grafico, le figure femminili sono sottili, vestite alla moda, inserite in sfondi floreali. Gli occhi sono molto grandi e mostrano un'espressione sempre sognante e romantica, volendo mostrare soprattutto l'emozione, l'interiorità. Uno degli illustratori che realizza proprio questo genere di ragazze è Jun'ichi Nakahara.
A lui, invece, si contrappone Katsuji Matsumoto, che delinea delle fanciulle energiche, sportive, allegre, dai volti vispi e sorridenti. Ed è proprio con lui che si passa dall'illustrazione al manga, con la sua Kurumichan.
Sul finire degli anni '40 del Novecento troviamo Osamu Tezuka che è considerato il padre del manga moderno. Con lui nascono le serie a puntate, le storie lunghe, più articolate e complesse. Ispirandosi alle opere di Walt Disney e al cinema francese e tedesco, riproduce sulla pagina il linguaggio cinematografico. Nel 1952 esce il suo Tetsuwan Atomu (Astro Boy), e l'anno successivo Ribon no kishi (La principessa Zaffiro) che segna la nascita dello shōjo manga moderno.
Negli anni 50 le autrici di manga sono ancora poche, ma tra loro spiccano Miyako Maki (tra l'altro moglie di Leiji Matsumoto), le cui eroine vivono avventure alla ricerca delle madri perdute o si impegnano nel mondo della danza classica; e Toshiko Ueda che nel suo Fuichin-san ci regala un manga umoristico ambientato in Cina. C'è poi Masako Watanabe che usa colori pastello, ma sceglie delle atmosfere drammatiche e soprannaturali e la cui opera più famosa è Glass no shiro (Il castello di vetro). Di quegli anni è anche Hideko Mizuno, tra le prime a introdurre la commedia romantica con la trasposizione di alcuni film americani, oltre a essere una delle pioniere della categoria josei, dedicata alle lettrici adulte.



Alla fine degli anni '60 le autrici sono ormai la maggioranza, e le riviste sono ormai del tutto dedicate ai manga. Con le olimpiadi del 1964, traendo ispirazione dalla storia delle ragazze di Daimatsu, squadra di pallavolo formata da operaie di una fabbrica tessile di Osaka, Chikako Urano realizza qualche anno dopo Attack no. 1 (Mimì e la nazionale di pallavolo), il primo spokon shōjo di successo (manga sportivo).
Mentre il primo manga shōjo da cui viene tratta una serie animata è Mahōtsukai Sunny (Sally la maga) disegnato da Mitsuteru Yokoyama, ispirato a Vita da strega, e il primo esempio di manga mahō shōjo, ossia quelle opere che hanno come protagoniste delle ragazze con poteri magici.
Il 1968 porta anche nel mondo del manga giapponese una sorta di rivoluzione: pur mantenendo sempre al centro le storie d'amore e l'introspezione, le nuove mangaka si avventurano anche nell'ambientazione storica e nella fantascienza, con una certa attenzione all'identità sessuale dei personaggi, anche attraverso il tema dell'omosessualità.
Un esempio tra tutti è colei che ha realizzato il mio manga/anime preferito: Riyoko Ikeda con la sua Versailles no bara (Le rose di Versailles, ossia... Lady Oscar!), che inizialmente aveva ricevuto anche un giudizio negativo dal capo redattore della rivista Margaret. Le sue sono forti figure femminili, spesso costrette a indossare panni maschili, per strappare quella libertà che il mondo sembra negare alle donne.
Negli anni Ottanta, invece, lo sguardo della autrici giapponesi si volge al Giappone contemporaneo, e inizia anche a emergere la categoria josei dedicata alle donne adulte, con la creazione di riviste proprio rivolte a questa tipologia di pubblico. C'è una diffusione di storie più forti, horror, underground con toni sempre più estremi e violenti.
Uno dei più grandi successi degli anni Novanta è sicuramente Sailor Moon, la combattente che veste alla marinara, creata da Naoko Takeuchi che, in verità, debutta nell'agosto del 1991 con la prima puntata di Codename Sailor V, dedicata a Minako Aino, la mia amatissima Sailor Venus, alla quale segue Bishōjo Senshi Sailor Moon, la cui trasposizione televisiva ha un enorme successo. Nel saggio poi seguono altri nomi e opere più conosciute: da Card Captor Sakura del collettivo CLAMP, a Nana, opera sospesa di Ai Yazawa, e l'altro mio amato Marmalade Boy (Piccoli problemi di cuore) di Wataru Yoshizumi, che unisce molto spesso delle vignette con i suoi personaggi in versione chibi, in versione ridotta e con teste grandi e tratti infantili.
Accanto alla Storia e ai nomi, ci sono anche capitoli che vanno un po' a spiegare meglio le varie categorie e generi dei manga; o ancora un elenco delle riviste sulle quali erano e sono ancora pubblicati, e che contengono anche pagine dedicate a sondaggi per i lettori per comprendere il loro giudizio e gradimento. O ancora il legame tra Manga e Anime, che fa anche riflettere sul diverso approccio tra Giappone e resto del mondo: se, infatti, nella terra del Sol Levante è il successo del manga a determinare la produzione della versione animata, nel resto del mondo - e quindi anche in Italia - il manga arriva solo dopo che l'anime si è affermato.



C'è anche un capitolo nel quale si mettono in luce le principali caratteristiche grafiche del manga shōjo: dagli occhi grandi, sognanti e carichi di espressività, per mettere ancora più in risalto il mondo interiore del personaggio. Per ottenere questo scopo, si dà anche molta attenzione all'ambientazione che diventa sempre più metaforica. In questa tipologia di manga, poi, l'impaginazione diventa via via più libera, con vignette che s'intrecciano, si sovrappongono o spariscono. E si dà molto riguardo anche agli abiti e alla moda.
Il saggio poi si conclude con una visione di quello che è stato ed è tuttora il manga in Italia, ed è arricchito da un glossario e una ricca bibliografia e sitografia. Ci sono anche tantissime immagini a colori o in bianco e nero che permettono di vedere bene il cambiamento delle illustrazioni e dei temi nel corso degli anni, con tanto di descrizione.
Ho cercato di condensare un po' quello che troverete tra queste pagine, citando solo alcuni dei nomi e delle opere. Ma già mi rendo conto di quanto sia ancora più complesso questo tema, e che lavoro c'è stato dietro. Lo ritengo un saggio molto valido e sicuramente interessante. Consigliato.







